Tanti nemici tanto onore, ma c’è il rischio di farsi (e farci) del male. Dopo i magistrati, le banche. Ora possiamo dire che Meloni è davvero entrata in modalità campagna elettorale. Forse un po’ con i paraocchi. Nemmeno un anno fa la diplomazia con i poteri interni all’Italia di Meloni era riuscita a raggiungere un’intesa personale con Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. Un accordo triennale per cui le banche avrebbero accettato un pacchetto di misure fiscali che avrebbe portato allo Stato circa 10,5 miliardi di euro di entrate aggiuntive tra il 2026 e il 2029. In cambio, secondo Messina, il governo si sarebbe impegnato a non chiedere altri contributi straordinari al settore. Promessa infranta, si sfoga Messina su Il Foglio. Già nell’estate del 2023 Meloni aveva introdotto quell’imposta straordinaria del 40% sui margini di interesse bancari salvo poi fare un dietrofront mascherato perfettamente da operazione win-win nella consueta conferenza stampa di fine anno del 4 gennaio 2024, esentando le banche da tale pagamento qualora avessero destinato importi equivalenti a riserve patrimoniali.
Ora però non ci stanno i soldi e bisogna raschiare il fondo del barile in qualche modo. Quel che Meloni e Messina si dissero nell’autunno dell’anno scorso non è più rilevante. Non importa più quella volontà di trovare un’intesa per “dare stabilità ai conti pubblici”. Passa nemmeno un anno e nel documento programmatico di bilancio che cosa si ritrova il povero Messina? 5 miliardi di tasse al settore finanziario. Aò, si solleva il presidente dell’Abi Antonio Patuelli. Ma Salvini è contento. Eh le banche, figa, sono l’emblema. Se non spacchi la banca sei un… e no questo non l’ha detto Salvini, ma il sentire comune, che più o meno combacia. Perlomeno i facinorosi del 17 ottobre non hanno infierito che sulle vetrine del quadrilatero della moda a Milano, lasciando intonse le povere filiali. Già al Festival Internazionale dell’Economia di Torino (quello dove ci sono Cruciani e Parenzo? No… quello è a Trento), scrive Repubblica, Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo e vicepresidente vicario dell’Abi, aveva denunciato questo mancato accordo invocando addirittura una class action promossa dagli azionisti di tutte le banche incluse nel perimetro dell’accordo. Percorso, tra l’altro, quasi obbligato. Come può pretendere il governo di accordarsi un’altra volta con i banchieri – che non sono certo tuo cugino Alfredo. Ormai quelli non si fidano più. Il danno è fatto. Un po’ come gli iraniani con Trump. La situazione non è molto diversa.
Il disegno di legge, poi, come se non bastasse qualche giorno fa è stato pure approvato innalzando il gettito previsto sulle banche, sulle assicurazioni e sulle transazioni finanziarie a 5,8 miliardi nel 2027. Il Foglio, poi, spacca il capello in quattro. All’articolo 37 del disegno di legge i crediti fiscali utilizzabili nel 2027 potranno essere spalmati su dieci anni, danneggiandone il valore economico. Ossigeno per gli elettori, ma un’ulteriore beffa alle banche. Poi certo, gli istituti di credito, per carità, sono il male, ma funzionano pure con i risparmi di tutti noi cittadini, imprenditori e non. Erogano prestiti a chi ne ha bisogno, ovvero agli imprenditori. Rendono possibili i mutui. Siamo in una situazione molto delicata con l’inflazione al galoppo e il carovita, caro carburante, caro materie prime ecc. ecc. Meloni dovrebbe fare molta attenzione a giocare alla campagna elettorale in questo modo, perché rischia di farsi (e farci) del male.