Giacca rossa con zip aperta, camicia bianca in vista e un cappellino blu scuro. Daniel Ortega ha aspettato un grande evento, nello specifico la cerimonia per celebrare il 47esimo anniversario della rivoluzione sandinista, per annunciare la grande svolta del Nicaragua: nel Paese non ci saranno più elezioni. Per chi non lo sapesse il Nicaragua è uno Stato incastonato tra Honduras e Costa Rica. Siamo in America Centrale, e cioè nella regione che attira i turisti che sognano di farsi un tuffo nelle acque cristalline del Mar dei Caraibi, ma che ogni tanto fa anche parlare di sé per la criminalità diffusa e per le trovate bizzarre di presidenti bizzarri. Ortega è uno di questi. È salito in carica dal 2007, ha vinto tre contestatissime elezioni consecutive (2011, 2016 e 2021) caratterizzate da restrizioni all'opposizione e adesso ha lasciato intendere, in maniera esplicita, che non mollerà la poltrona fino a quando non lo deciderà lui stesso. Il giovane marxista che nel 1979 guidò la rivoluzione sandinista contro la dittatura di Anastasio Somoza, a lungo sostenuto dagli Usa nel bel mezzo della Guerra Fredda, era in realtà già stato presidente dal 1985 al 1990, quando fu sconfitto alle elezioni da Violeta Barrios de Chamorro. Adesso Ortega non correrà più alcun rischio del genere.
“Non ci saranno più elezioni per evitare che loro possano tentare di impadronirsi del governo e di prendere il potere. I giorni in cui partiti sostenuti dagli yankee e dai somozisti sarebbero tornati al potere sono finiti”, ha dichiarato Ortega. Chiaro, con quel “loro”, il riferimento ai partiti di opposizione, ai leader delle proteste del 2018, alle organizzazioni della società civile, ai media indipendenti e agli avversari politici in esilio. Il presidentissimo, che prima di questo annuncio non appariva in pubblico da 61 giorni, ha aggiunto un altro particolare: “Collaboreremo con l'Assemblea nazionale e le istituzioni competenti sulle leggi, perché abbiamo bisogno di leggi che costruiscano un muro, una barriera, contro i golpisti e i traditori che svendono il loro Paese”. Un muro per evitare che il Nicaragua possa fare la fine del Venezuela (e forse di Cuba) e che lui e consorte, la co-presidente Rosario Murillo, ricalchino la rovinosa caduta di Nicolas Maduro. Le elezioni avrebbero dovuto tenersi il prossimo anno, ma Ortega non ha fornito dettagli sull'eventuale annullamento o sull'esclusione dell'opposizione (cosa che in pratica è già avvenuta). Durante la campagna elettorale del 2021, infatti, il suo governo ha messo al bando i partiti e incarcerato tutti i candidati presidenziali dell'opposizione. Ora è soltanto arrivata l'ufficialità della nascita di una dittatura familiare sul modello dei Marcos nelle Filippine, i Duvalier di Haiti e gli Assad in Siria. Basterà per respingere l'eventuale, ipotetica, possibile influenza degli Stati Uniti? C'è da dubitare.
C'è da dubitare in primis perché il Nicaragua non è né la Russia né la Cina, e dunque non ha al suo interno un apparato d'intelligence, militare e polizesco tale da poter schermare eventuali operazioni di spionaggio nemiche o tentativi di golpe esterni. Poi perché l'equilibrio socio-economico del Paese resta fragile e bisognerà capire come la popolazione assorbità il nuovo corso deciso da Ortega. Altro aspetto non da poco: come la prenderanno gli Stati Uniti? Donald Trump inserirà Ortega nella sua lista nera o lascerà correre? In ogni caso è curioso constatare come l'ennesima rivoluzione d'ispirazione marxista – in questo caso quella sandinista – non abbia realizzato le promesse di emancipazione sociale con cui era nata, finendo invece per consolidare un sistema autoritario non troppo diverso da quello che aveva rovesciato. Una dinamica analoga si è ripetuta anche in altri Paesi come Cuba e il Venezuela e, allontanandosi dall'America Latina, in numerosi Stati dell'Asia. Nel continente asiatico, se non altro, i Partiti al potere possono rivendicare successi in economia, crescita, aumento del pil e degli investimenti. Il minimo comune denominatore resta però lo stesso: nessuna opposizione e zero alternative. Ecco cosa resta al Nicaragua. Senza però alcun miracolo economico
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