Devono essere forti, amare gli Stati Uniti, proporre programmi che non siano in contrasto con gli interessi di Washington (ma che, anzi, li agevolino), combattere contro l'immigrazione clandestina, reprimere la criminalità e il traffico di droga nella maniera più eclatante possibile (meglio se con metodi illiberali), e voler ripristinare legge e ordine nei loro rispettivi Paesi. È più o meno questo l'identikit dei leader perfetti dell'America Latina che vorrebbe vedere al potere Donald Trump. L'ultimo a essere entrato nelle grazie del tycoon risponde al nome di Abelardo de la Espriella, un outsider candidatosi alle ultime elezioni presidenziali della Colombia e, contro numerosi pronostici, finito al ballottaggio decisivo contro il progressista Ivan Cepeda, erede naturale di Gustavo Petro. El Tigre, come è soprannominato de la Espriella, pare abbia buonissime chance di ottenere la vittoria che porterebbe Bogotà a virare verso l'estrema destra, o comunque a sposare idealmente il modus operandi trumpiano. Già, perché la “Tigre” piace tantissimo a Trump, al punto che l'inquilino della Casa Bianca ha espresso il suo tifo scrivendo un emblematico messaggio su Truth: “Congratulazioni al candidato presidenziale colombiano Abelardo de la Espriella, “El Tigre”, un leader intelligente, forte e tenace, per la sua vittoria decisiva al primo turno delle elezioni presidenziali colombiane”, ma soprattutto un uomo che “ama” gli Usa e che, da presidente, avrà “un enorme successo”. De la Espriella è un tipino molto particolare. Dichiarato estimatore di Trump, negli ultimi mesi ha fatto di tutto per rafforzare i legami con la cerchia di The Donald, è volato un paio di volte a Miami per incontrare vari repubblicani e persino Christopher Landau, di professione sottosegretario di Stato americano. El Tigre ha addirittura esortato Trump, attraverso lettere e comunicati stampa, a reprimere i gruppi criminali in Colombia prima che sia troppo tardi.
Ok, ma perché mai dovrebbe essere interessante raccontare l'infatuazione di Trump nei confronti di un semisconosciuto leader colombiano? È la nuova strategia degli Usa: puntare su una nuova schiera di candidati populisti - o comunque di estrema destra – che, una volta al potere, provvederanno a realizzare l'agenda statunitense in America Latina. Il grande obiettivo di Washington, infatti, coincide con il reprimere il progressismo dalla regione, allontanare le ingerenze cinesi e russe, e costruire lì una oliata rete politica pronta a soddisfare qualunque esigenza nazionale. Il filo nero di Trump dovrà, in sostanza, sostituire il filo rosso che per anni ha legato numerose nazioni latinoamericane. E laddove non ci saranno le urne a decretare la vittoria dei candidati pro Trump, ecco arrivare l'utilizzo della forza, come accaduto in Venezuela con Nicolas Maduro, e come sta accadendo a Cuba. In tutta l'America Latina, tra l'altro, gli elettori stanno via via abbandonando i leader che proponevano politiche di sinistra, volte ad affrontare le cause profonde dei conflitti, come la mancanza di opportunità per i giovani e la corruzione, rivolgendosi sempre più a personaggi che promettono misure repressive e repressive in materia di sicurezza. El Tigre è solo un tassello, che si unisce a Javier Milei in Argentina, José Antonio Kast in Cile, Nasry Asfura in Honduras e a Nayib Bukele in El Salvador. E per il futuro? Le pressioni Usa si concentreranno in Ecuador, Messico e Brasile (attenzione al figlio dell'ex presidente trumpiano Jair Bolsonaro): Paesi che non a caso sono guidati da politici di sinistra.
Appare sempre più evidente come l'America Latina, per gli Stati Uniti, sia ormai diventata più interessante dell'Europa. In un primo momento sembrava che l'internazionale truampiana potesse mettere solide radici nel Vecchio Continente mescolandosi con i sovranisti e i populisti dell'Ue. Peccato che gli scaz*i tra il tycoon e la Nato, ma soprattutto la guerra in Medio Oriente e la conseguente crisi economica che ha scosso l'Ue, abbia raffreddato gli animi e gli spiriti. Il New York Times ha scritto che Trump era diventato un peso per l'estrema destra europea, osservando che le sue minacce alla sovranità europea avevano spinto persino gli alleati ideologici a prendere le distanze da lui. Isaac Stanley-Becker, su The Atlantic, è andato oltre spiegando che l'estrema destra europea si stava "rivoltando contro Trump", mentre lo spagnolo El País ha pubblicato un titolo senza mezzi termini: "Trump diventa una risorsa tossica per l'estrema destra europea". Insomma, senza girarci troppo intorno, l'America Latina rappresenta oggi una regione di particolare rilevanza strategica per gli Stati Uniti. Le ragioni sono molteplici: da un lato, la presenza di risorse fondamentali, come le terre rare e altre materie prime funzionali all'economia; dall'altro, la necessità di contenere l'espansione dell'influenza cinese, con Pechino che negli ultimi anni ha consolidato la propria presenza nella regione. Il risultato? Trump ha rispolverato la dottrina Monroe (una specie di “America agli americani”, intesi come statunitensi però) e plasmato l' “Escudo de las Americas”, una singolare alleanza geopolitica e militare tra il tycoon e i sovranisti latinoamericani. Alcuni sono già al potere, altri potrebbero arrivarci presto grazie all'endorsement della Casa Bianca. L'obiettivo dello scudo? Estirpare ogni minaccia dalla regione che possa impensierire Washington. E aiutare gli Usa a vincere la sfida a distanza contro la Cina.