L'Organizzazione delle Nazioni Unite si trova in una situazione a dir poco delicata. L'organismo internazionale, creato al termine della Seconda Guerra Mondiale principalmente per evitare nuovi conflitti globali e favorire la cooperazione tra gli Stati, rischia di finire in bancarotta. Lo sapevate? Qualcuno ne ha parlato? Eppure, soltanto poche settimane fa, l'Assemblea Generale dell'Onu ha evocato il rischio di un imminente collasso finanziario entro agosto, nel caso in cui le quote associative dei vari Paesi membri non dovessero essere saldate in tempo. Il riferimento è ai due principali finanziatori dell'organizzazione, Stati Uniti e Cina, impegnati in un pericoloso testa a testa che ha come unico fine il controllo dell'ente. Gli Usa di Donald Trump sono in arretrato di oltre 4 miliardi di dollari. Washington si è inoltre ritirata da decine di programmi e agenzie Onu – compresa l'Organizzazione Mondiale della Sanità – tagliando quelle che il tycoon considera spese inutili per alimentare politiche inadeguate. E la Cina? C'ha messo del suo aggravando la crisi di liquidità in essere ritardando i propri pagamenti. E questo nonostante Pechino si dichiari il principale difensore dell'organizzazione. Il Dragone deve alle Nazioni Unite 455 milioni, nonostante pochi giorni fa ne abbia già versati quasi 850 milioni. Calcolatrice alla mano, l'Onu dipende dai finanziamenti statunitensi e cinesi per il 42% del suo budget di base.
Come ha spiegato nel dettaglio il Wall Street Journal, il Segretario Generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha avvertito che le Nazioni Unite sono impegnate in una "corsa verso la bancarotta" e che esiste una “prospettiva molto concreta di un possibile collasso finanziario dell'organizzazione”. Le ultime previsioni sono fosche. Le Nazioni Unite dovrebbero infatti esaurire le riserve di liquidità entro metà agosto, ossia proprio quando il processo di selezione del successore di Guterres entrerà nel vivo. La Cina continua a ripetere che onorerà i suoi obblighi finanziari. Gli Stati Uniti dichiarano invece di subordinare il futuro sostegno finanziario a maggiori risparmi. L'Onu è in parte corsa ai ripari. Ha infatti messo in atto tagli di spesa di portata storica e intrapreso un programma di efficientamento. Ha chiuso uffici, eliminato un numero record di 3.000 posti di segretariato, ridotto gli orari degli interpreti e persino disattivato le scale mobili presenti nella sede centrale di New York. Non solo: per risparmiare denaro le Nazioni Unite hanno accelerato il ritiro delle truppe dalle zone più critiche dell'Africa, come la Repubblica Democratica del Congo e hanno drasticamente ridotto le spese per le operazioni di mantenimento della pace. Last nut not least, l'organizzazione ha posticipato i rimborsi a Nepal, Bangladesh e altri Paesi poveri che forniscono truppe per le operazioni dei “caschi blu”.
Gli ingenti arretrati accumulati alla fine dello scorso anno, pari a 760 milioni di dollari, unitamente all'obbligo di restituire 300 milioni di crediti agli Stati membri all'inizio del 2026, hanno ridotto di quasi il 10% le disponibilità liquide del bilancio dell'Onu. Oltre a Stati Uniti e Cina, anche altre nazioni non hanno ancora pagato la loro quota. Tra queste, troviamo Giappone, Russia, Brasile, Messico, con Francia, Spagna, Arabia Saudita e Australia in ritardo. L'Italia sembrerebbe essere in regola, così come Germania, Regno Unito, Corea del Sud e Canada, solo per citare qualche nome. Le possibili soluzioni? Poche. Le Nazioni Unite non possono infatti contrarre prestiti e la loro dirigenza ha poteri limitati per ristrutturare le attività o licenziare i dipendenti. L'Onu può contare su una struttura enorme che comprende il citato segretariato con sede a New York e 15 agenzie specializzate come l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Organizzazione Internazionale dell'Aviazione Civile e l'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, che coordinano rispettivamente le risposte a malattie come l'Ebola, garantiscono la sicurezza dei voli aerei e standardizzano l'interconnessione delle reti telefoniche. L'Onu gestisce inoltre oltre 50.000 caschi blu nelle zone di conflitto. Detto questo, che cosa potrebbe accadere se il suddetto organismo dovesse fallire? Partiamo da un presupposto: le Nazioni Unite esistono perché gli Stati la mantengono in vita. In caso di crisi, semmai, è lecito attendersi un netto ridimensionamento delle sue attività anziché una sua scomparsa. Se così fosse, tuttavia, verrebbe meno una piattaforma all'interno della quale quasi tutti i governi del pianeta possono confrontarsi. E il mondo diventerebbe ancora più frammentato di adesso.