Usare la parola “giovani” ha sempre quel non so ché di retorico che rende antipatico anche soltanto affrontare l’argomento. Quando però un ragazzino di 15 anni sferra una coltellata ad un povero lavoratore alle cinque del mattino, senza motivo, e lo ammazza, è chiaro che il problema sia parecchio profondo. Storie sempre più frequenti in Italia, e non solo, che richiamano a certi racconti di Scerbanenco e mettono a nudo le fragilità della nostra società e alle quali dare una risposta concreta non è facile. Sia a livello economico, politico, di sicurezza, certo, ma anche mentale, l’Italia è a pezzi. In Svezia, paese con problemi ben più gravi rispetto al nostro, si è arrivati addirittura all’idea delle carceri per gli assassini fra i 13 e i 15 anni, dato che ormai è questa l’età alla quale questi crimini gravissimi vengono compiuti. Alla luce dei nuovi dati sugli omicidi commessi dai minori stimati da Criminalpol nel suo ultimo rapporto, abbiamo fatto due chiacchiere con la psicoterapeuta e criminologa Barbara Fabbroni, esperta nella psicologia dell’età evolutiva, delle relazioni e della psicopatologia.
I nuovi dati della Criminalpol relativi agli ultimi dodici mesi, gli omicidi commessi da minori sono aumentati del 150% e sono passati da 14 a 135, che rappresentano il 12% del totale. Secondo lei, quale problema sociale rispecchia questo dato?
Beh, sicuramente questo dato mette in evidenza quella che è la fragilità emotiva, in questo momento, dei giovani della Generazione Z, se vogliamo. Molti giovani oggi faticano molto a gestire le proprie emozioni, emozioni come la rabbia, la frustrazione, per esempio, la gelosia, il rifiuto e al tempo stesso anche l’umiliazione. Quello che io vedo anche nella clinica, quando arrivano i giovani nel mio studio, è proprio l’incapacità di elaborare il dolore. C’è questa modalità di reagire al dolore mettendo in atto, a volte, la rabbia, a volte proprio tirando fuori, come ti dicevo prima, la frustrazione. Avrai notato, invece, che altri giovani si chiudono in sé e quindi è come se si creassero un mondo interiore completamente diverso dall’incontro con l’altro. Qualcosa di completamente diverso rispetto alla generazione dei millennials.
Sicuramente c’è una modalità diversa anche di vivere i social…
E di vivere “nei” social. A questo, poi, dal mio punto di vista, si può sommare anche una crisi educativa e soprattutto una crisi della famiglia stessa. Perché, come dico sempre, il cucciolo d’uomo, quando arriva nel mondo della vita, arriva sempre comunque all’interno di una famiglia, di un luogo di appartenenza. E tutto nasce da lì. Quel luogo di appartenenza è il luogo dove quel cucciolo d’uomo inizia, sin dai suoi primi vagiti, a crescere, a svilupparsi, a diventare una piccola persona, poi persona adolescente e poi persona adulta. L’importanza dei primi anni di vita all’interno del nucleo familiare è fondamentale. Le figure di accudimento sono qualcosa di essenziale affinché la piccola persona, che poi diventerà un adolescente e un giovane adulto, riesca a entrare in contatto con le proprie emozioni, le riconosca ma, al tempo stesso, abbia la capacità di poterle elaborare ed esprimere. Oggi purtroppo riconosco che in molti giovani non c’è proprio la capacità di gestire le emozioni e tutto questo si traduce molte volte in rabbia e aggressività. Basta osservare le baby gang che sono all’interno delle nostre città, piccole e grandi che siano. Anche questo è sicuramente qualcosa di più grande del singolo, ma rispecchia il momento che stiamo vivendo e quindi questa assenza di radicalità nell’incontro con l’altro. C’è una carenza di empatia importante, c’è un’incapacità di creare relazioni che possano perdurare nel tempo, c’è il bisogno anche di esibirsi, ma quell’esibirsi denota una fragilità interiore, cioè la paura anche dello sguardo dell’altro. Quando abbiamo paura dell’altro. È un fenomeno di cui davvero si potrebbe stare qui a parlare da oggi a domani e non finiremmo.
L’omicidio di Bakary Sako, in Puglia, è stato commesso da un quindicenne e i PM hanno parlato di contesti difficili che probabilmente sono quelli criminali. In Svezia, che è un Paese con problemi ben diversi di narcotraffico, si procederà alla creazione carceri per ragazzi dai 13 ai 15 anni perché i numeri degli attentati dinamitardi e degli omicidi riguardano proprio questa fascia d’età. Lei è d’accordo con questa idea? Secondo te in Italia potrebbe accadere qualcosa del genere o dovrebbe?
Io non so se in Italia potrebbe o dovrebbe accadere qualcosa del genere. Credo che comunque dobbiamo andare sempre alla radice del problema, non dobbiamo sempre stare sulla punta dell’iceberg. Certo, è una sorta, tra virgolette, mi verrebbe da pensare, di luogo dove tu comunque cerchi di ottenere consapevolezza, si spera, di quello che ti è successo e di prendere consapevolezza delle tue emozioni. Però bisogna stare anche molto attenti perché deve esserci, secondo me, un accompagnamento congruo e coerente anche con il bisogno dei minori. Nella serie Netflix Adolescence si capisce molto di questo mondo. È la storia di un ragazzino inglese di 13 anni che uccide una sua coetanea, una ragazzina di 14 anni. Lui si era invaghito di questa ragazzina, però nel suo mondo c’era l’idea di non piacere, un’idea di frustrazione, di svalutazione. Aveva paura di non attirare la sua attenzione. Quindi, a un certo punto, la uccide. E qui emerge quello che viviamo oggi, cioè il fatto che la famiglia non si rende conto che i figli possono avere dei problemi perché sono, per così dire, molto impegnati nel lavoro. Ma questo non è il problema. Il problema è che quando tu stai con il figlio o la figlia devi riuscire a cogliere le piccole sfumature. Lì c’è proprio anche l’incapacità di questo ragazzino di esprimersi, di tirare fuori le proprie emozioni. C’è questa aggressività che trapela tantissimo e secondo me rende bene merito a quello che sta accadendo oggi. Cioè a questa incapacità di stare in relazione con l’altro, a questo non riuscire a gestire la frustrazione e tradurla attraverso un agito aggressivo.
Il carcere a 13 anni in Svezia forse è un po’ eccessivo?
Già solo la parola “carcere” contiene tutta una narrazione, quindi crea comunque nel soggetto qualcosa di punitivo. Io credo che più che un carcere bisognerebbe creare dei luoghi dove questi giovani riescano comunque a tirare fuori le proprie risorse, a far sì che i propri limiti diventino delle risorse e facciano consapevolezza. Perché io ti posso mettere anche dentro un carcere, o un luogo dove ci si prende cura dei giovani e degli adolescenti, ma poi, se quella cura non va a riparare quella trama sdrucita della tua esistenza, in cui c’è una sofferenza, in una situazione del genere, secondo me, si può aumentare ancora di più la devianza e può aumentare ancora di più il vuoto. Può diventare un circolo vizioso. C’è da capire bene come saranno strutturati, come verranno organizzati. Un luogo dove tu ti devi sentire in appartenenza, dove puoi comunque sviluppare e, come dire, tirare fuori quella dolorosità che porti dentro e che hai tradotto con un comportamento aggressivo. Il fenomeno delle baby gang ha tutta una declinazione particolare perché sostanzialmente c’è un leader, quindi il gruppo si riconosce in un leader. E quel capo, che generalmente non è un adolescente ma un giovane adulto, è colui che muove i fili di questa situazione della baby gang e quindi stimola gli altri a fare determinate cose, perché c’è il valore del gruppo. Quel gruppo funge da riconoscimento. L’adolescente va a riconoscersi in quel gruppo perché quel gruppo funge anche da appartenenza. E lì c’è una dinamica ulteriore, secondo me, perché bisogna distinguere tra quello che è l’agito del singolo e quello che è l’agito del gruppo. Sono due aspetti diversi, sebbene possano anche nascere dalla stessa radice emotiva e dalla stessa frustrazione.