Il ddl Valditara è diventato legge. Al centro del provvedimento, la regolamentazione dell'educazione sessuo affettiva nelle scuole; in particolare, si stabilisce l'obbligo nelle scuole secondarie di primo e secondo grado di acquisire il consenso informato scritto dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, prima di avviare attività o progetti relativi a sessualità e affettività. Nelle scuole dell’infanzia e primaria, invece, la misura è ancora più drastica perché questo tipo di insegnamento è addirittura vietato.
Con l'approvazione di questa legge, il Ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha dichiarato di voler tutelare i bambini "dalla confusione della propaganda gender" e di voler ridare voce ai genitori per quanto riguarda le tematiche dell'identità di genere per i figli adolescenti minorenni. "Ovviamente pretendiamo che certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri", ha aggiunto, per poi specificare che non è vero che non si potrà fare educazione affettiva ma che, anzi, per la prima volta, il governo ha reso stabilmente obbligatoria in tutti i gradi di scuola "l'educazione al rispetto, alle relazioni e alla empatia". Il Ministro ha poi precisato che l'educazione sessuale in senso biologico, si farà attraverso i programmi di scienze.
Proprio come il Ministro Valditara, anche noi di MOW vogliamo che a parlare di questi temi siano gli esperti: così abbiamo chiesto a Matteo Merigo, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo.
"Da sessuologo e psicologo, quello che osservo ogni giorno in studio è che quando un'adolescente non trova un adulto competente con cui parlare di corpo, desiderio, relazioni, non smette di informarsi, ma cambia soltanto la fonte", ci spiega il dottor Merigo. Al posto del medico o dello psicologo perciò, arrivano la pornografia, i coetanei, adesso anche l'intelligenza artificiale, la ricerca sul web o con altri canali che, però, creano un vuoto: e in quel vuoto, chiarisce ancora Merigo, "si formano anche aspettative distorte sul piacere, sul consenso, visto che si parla tanto in consenso, sul corpo mio e anche del corpo dell'altro, ed è quel vuoto che poi spesso ti ritrovi a ricucire nel lavoro clinico con gli adulti". Ma arrivano anche con l'ansia della prestazione, con la disinformazione e con modelli relazionali appresi sullo schermo, perché gli adolescenti poi diventano adulti, quindi quel vuoto, se non è stato colmato per bene, può diventare un problema.
E invece, l'ideologia gender di cui parla Valditara? "Nel mio lavoro non si incontra mai l'ideologia gender, non esiste una scuola di pensiero, una disciplina, un programma". Esistono invece gli studi di genere che però risalgono ancora negli anni Cinquanta, con gli studi di Money, ma "non esiste una scuola di pensiero che si chiama ideologia gender. È un'etichetta che è costruita da chi sostiene di doverla combattere, quindi funziona come un cane che si morde la coda: si afferma che esiste un pericolo e l'atto stesso di nominarlo lo rende reale agli occhi di chi si ascolta". Nel frattempo però, "mentre parliamo di un nemico che non c'è, restano senza risposte le domande concrete che ragazze e genitori si pongono". E che poi, non trovando risposta, portano avanti sempre con la solita dinamica, cioè cercando su Internet, YouTube, o magari facendo riferimento anche a personaggi che magari nel corso del tempo sono diventati ricchi e famosi, ma perché hanno cavalcato anche un certo tipo di immagine e non per le competenze in quel campo.
Se si parla di infanzia e di scuole primarie però, bisogna anche fare una distinzione che nel dibattito, a un certo punto, si perde perché si tende a parlare di sessualità in senso adulto. Invece non bisogna prescindere da un'educazione che insegni al bambino a comunicare i propri confini, perché è una forma di protezione dagli abusi: "Un bambino che sa nominare il proprio corpo e anche i propri confini, riconosce anche i limiti e diventa più difficile da manipolare", oltre al fatto che riuscirà a riconoscere, e dunque comunicare meglio con i genitori, qualcosa che gli sta succedendo. Proprio perché ne ha la percezione, grazie alla conoscenza di limiti e confini: altrimenti rischia di rimanere un tabù, e "il tabù in quell'età diventa poi trauma, ce lo portiamo avanti come trauma".
Il principio del consenso informato dei genitori invece, che è un altro dei grossi temi della legge, "non è il problema, anche perché i genitori non firmano consensi informati sulle altre materie: non firmano ad esempio, consenso informato su cos'è stato spiegato a storia". Il problema semmai, è che "una materia che riguarda la salute, la prevenzione, la sicurezza viene trattata come un'attività opzionale che è da autorizzarsi". Se c'è una diffidenza da parte delle famiglie va presa sul serio, ma "la risposta non è togliere l'educazione affettiva: è quella di renderla seria. Affidata a professionisti formati, medici e psicologi, perché è anche impensabile che un professore di scuola debba anche perdere dell'altro tempo, formarsi per poter fare questo tipo di attività che è di competenza anche di altre figure".
In termini di "alfabetizzazione corporea" dunque, si va incontro a un pericolo, in quanto si tolgono al bambino gli strumenti per proteggersi: "Più che quello ideologico, è il punto clinico quello che mi preoccupa di più. Il discorso è che bisogna dare delle nozioni di conoscenza su tutto, non soltanto ridurre a un vetrino dell'aspetto biologico, non soltanto anche quelle che possono essere le parti del corpo da conoscere, ma anche conoscere quelle che sono le differenze con l'altro". Queste diventano fondamentali, perché un ragazzino o una ragazzina che si pone domande, può arrivare a delle conclusioni affrettate, "quando invece anche con una buona conoscenza del sé, una buona conoscenza che viene appunto portata avanti dentro le scuole, si arriva a vivere la propria realtà e la propria identità, inclusa quella sessuale, al meglio, quindi senza sofferenze".