La Grazia presidenziale è una questione altissima, ma in questi giorni è diventata un vero e proprio giallo. Chi sono i colpevoli dell’uruguayano affaire Minetti-Cipriani? Eh, bella domanda. Per adesso ci dobbiamo accontentare di alcuni sospettati e non possiamo trarre conclusioni affrettate. La faccenda è molto più complicata di quanto non si voglia credere e fino adesso nessun giornale ha dato versioni esaurienti sull’accaduto perché la verità è che nessuno sa davvero come siano andate le cose. Oddio, tracciare la domanda di grazia è possibile, ma solo fino ad un certo punto. Possiamo partire dagli avvocati di Nicole Minetti, che invocano la grazia del presidente della Repubblica. Ex art. 87 comma 11 della Costituzione è il detentore unico di questo straordinario potere, ma ai sensi dell’art. 681 del cpp. la domanda viene presentata al Procuratore Generale presso la corte di appello del distretto ove ha sede il giudice indicato nell’articolo 665. Rispettivamente il pg Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa. Il Procuratore Generale, una volta acquisite le dovute informazioni trasmette la domanda al ministro con le proprie osservazioni. E qui nella Corte d’Appello di Milano abbiamo i primi indiziati.
Ma pure il ministero della Grazia e Giustizia non può dirsi esente da responsabilità, dato che le carte raggiungono il capo di gabinetto, in questo caso specifico sì, la “zarina” Giusi Bartolozzi e poi vengono firmate, o meno, dal ministro della Giustizia, ovvero Carlo Nordio. E fin qui tutto chiaro e limpida, perlomeno, la procedura. È tutto codificato in modo trasparente. Quando però gli incartamenti si avviano alla volta del Quirinale, l’ultima frontiera conosciuta prima che si perdano nei kafkiani meandri burocratici della presidenza della Repubblica è l’Ufficio Grazie, istituito con la sentenza 200 della Corte Costituzionale nel 2006, ai tempi di Giorgio Napolitano. Qui avvengono le ultime verifiche prima di passare la domanda a Mattarella che alla firma di Nordio può decidere se apporre la sua controfirma oppure se chiedere ulteriori chiarimenti. È un po’ quello che succede nel film di Paolo Sorrentino “La Grazia”, dove il Presidente della Repubblica si fa numerosi scrupoli prima di concedere la grazia a determinati soggetti. Enrico Gallucci è il Vicario del Capo di questo ufficio in quanto Consigliere di Cassazione collocato fuori dal ruolo organico della magistratura dal lontano 2006, ma consigliere solo dal 2021. Già giudice del Tribunale di Roma ha anche insegnato diritto penale avanzato presso l’Università Luiss e tra le sue numerose opere accademiche risalta, data la vicenda che lo interessa, il suo volume: “L’esercizio del potere di grazia (regole e prassi del procedimento per la concessione della clemenza individuale)” edito da Giuffré.
Il suo compenso, rientrando all’interno del perimetro del Quirinale, non si trova su alcun sito di trasparenza amministrativa, ma Mattarella ha stabilito il tetto massimo a 240mila euro annui. È coadiuvato da tre unità di personale amministrativo: Vanessa Gurrieri, che dal 3 gennaio 2024 è Direttore (non togato) dell'Ufficio III Grazie, Casellario Centrale e Registri della Direzione Generale degli Affari Interni del Dipartimento per gli Affari di Giustizia (compenso al 2024 pari a 68.598,91 euro). Dottoressa in giurisprudenza alla Luiss nel 1994 con la tesi dal titolo “Societas delinquere non potest – la delega di funzioni”; Sabrina Mostarda, dal 18 novembre 2025 Direttore Generale degli affari interni del Dipartimento per gli Affari di Giustizia (compenso al 2024 pari a 152.153 euro annui) e presidente della Commissione per la Sorveglianza sugli Archivi e per lo scarto dei documenti della Direzione generale degli affari interni dal 15 maggio 2025; Antonia Giammaria, dal 5 giugno 2025 Capo dipartimento per gli Affari di giustizia (compenso al 2024 pari a 165.608,75 euro lordi con un trattamento accessorio di euro 41.402,59), laureata nel 1993 presso l’Università La Sapienza. L’altro importante consigliere di Mattarella è il sempiterno Ugo Zampetti, dirigente pubblico dal lungo corso, già segretario generale della Camera fino al 2014 e segretario generale del Quirinale dal 16 febbraio 2015, ma senza stipendio, data una pensione già percepita da quasi mezzo milione di euro all’anno. Nel maggio del 2017, poi, Mattarella ha nominato come Consigliere per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia (quella che più direttamente interessa a noi), Stefano Erbani, subentrato a Ernesto Lupo. Il Consigliere alla Comunicazione, ovvero il portavoce del Presidente della Repubblica nonché capo dell’ufficio stampa del Quirinale è Giovanni Grasso. La grazia di Minetti è stata resa pubblica solo il 10 aprile. Ecco, ora il quadro degli indiziati è completo, ma siamo sicuri sia sufficiente per stabilire un perimetro cristallino di responsabilità individuali? L’esperto e ricercatore di Diritto Costituzionale Andrea Venanzoni non è d’accordo, perché qui addirittura è dubbio se la responsabilità sia politica o giuridica. Già questo dovrebbe essere sufficiente per comprendere quanto sia complessa la situazione, ad ogni modo Venanzoni ci ha aiutato a fare un po’ più di chiarezza su questo aspetto.
Perché è così difficile capire di chi sia la colpa di questo pasticcio?
La sentenza della Corte Costituzionale n. 200 del 2006 ha reso più chiaro quello che è un potere formalmente e sostanzialmente presidenziale, rafforzandolo mediante l’introduzione dell’Ufficio Grazie. La sua responsabilità, però, è di ordine politico, ma la sua qualificazione è difficoltosa, essendo il potere presidenziale un potere a geometria variabile. Molto spesso si basa su procedure consuetudinarie, sulla prassi e sulla prassi costituzionale. Il motivo per cui si è arrivati alla sentenza del 2006 è proprio per fare chiarezza sulla fase dell’istruttoria, addirittura a quella in capo al Ministero e alla procura. Essendo questa un atto amministrativo qui vi è l’eventuale competenza giurisdizionale della competenza amministrativa su alcuni aspetti. Diceva bene Celotto spiegando che per un principio teorico dell’atto uguale e contrario, nel nostro ordinamento gli atti sono, a livello teorico e generale, comunque revocabili. È difficile immaginare che un atto non sia revocabile, Grazia inclusa, pur però non essendo espressamente prevista. L’istituto della revoca potrebbe applicarsi riprendendo elementi teorico-generali desunti dal diritto amministrativo, perché ad oggi non esiste una procedura semplificata?
E per quanto riguarda i colpevoli di tutto questo pasticcio? Chi sono?
Se vogliamo parlare delle quote di responsabilità, in realtà la responsabilità è di tutti e tre i soggetti: la Corte d’Appello di Milano, il ministero di Grazia e Giustizia e la Presidenza della Repubblica. Politicamente, però, è un atto solo del Presidente della Repubblica. Dal punto di vista giuridico c’è una segmentazione a seconda del momento in cui si ricade. Questo però, sai, dipende molto anche da che cosa emerge, perché noi ad oggi stiamo commentando un articolo di stampa. si aprirà una fase di nuovi eventuali accertamenti sull’articolo di stampa. Da quegli accertamenti, laddove alcuni elementi dovessero risultare effettivamente mendaci, eventualmente non sufficientemente ben rappresentati, si può andare a chiarificare anche la natura delle responsabilità e il soggetto su cui pro quota maggiormente potrebbe ricadere, perché ovviamente da un lato, se ci dovessero essere delle dichiarazioni mendaci, ipotetico ovviamente, si apre anche un’ulteriore pagina di responsabilità anche di natura penale che ricade sulla parte. Questa ovviamente è solo un’ipotesi.
Laddove invece ci dovesse essere stato qualche difetto nell’istruttoria, una carente istruttoria, degli accertamenti superficiali, in quel caso puoi andare a capire dove si è creato realmente il problema e a perimetrare una quota maggiore di responsabilità, per scoprire chi sia, se in capo alla procura milanese, che sia al Ministero o all’Ufficio. Diciamo che la sentenza del 2006 ha cercato di porre ordine, ma non è detto che ci sia riuscita, ecco.
Forse per capirne di più dovremmo leggerci il volume di Enrico Mallucci sul potere della Grazia, che ne pensa?
Forse sì, più o meno è lui a capo di tutta la macchina. Consiglio piuttosto un interessante libro di Gino Scaccia che si intitola “il Re della Repubblica”. E sulla figura del capo dello Stato italiano, una figura che giunge a noi dalla monarchia, ma è difficilmente riducibile proprio per questa sua origine. Prima della sentenza del 2006, la sua formulazione era quasi anti-monarchica, perché vincolava il Presidente della Repubblica ad aderire a un’istruttoria fatta completamente da altri, ovvero quei soggetti derivanti direttamente dall’investitura popolare. Poi però ci si è resi conto che non si poteva rendere il Presidente della Repubblica un mero esecutore di un’istruttoria fatta da altri, perché comunque, funzionalmente, quel potere risiede nelle mani e nelle prerogative del Presidente della Repubblica.