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13 marzo 2026

Giorgia Meloni a Milano per il referendum: tra “Per sempre sì” di Sal Da Vinci e l'uscita su Mattarella di tal Musumeci ecco cosa è successo di campo

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

13 marzo 2026

Sono tutti nervosi al Teatro Parenti. Tra spille del sì, politici accalcati, giornalisti frastornati e un’attesa quasi messianica per Giorgia Meloni, la grande parata per la riforma della giustizia scivola tra caos, applausi e un imprevisto che lascia la sala senza parole

Foto: Ansa

Giorgia Meloni a Milano per il referendum: tra “Per sempre sì” di Sal Da Vinci e l'uscita su Mattarella di tal Musumeci ecco cosa è successo di campo

Sono tutti molto nervosi. C’è troppa tensione, troppi deputati di periferia che si aggirano un po’ confusi e sbatacchiati di qua e di là con la spilletta del sì, la borsa di tela del sì, “per sempre sì” di Sal Da Vinci che tra un panel e un altro viene utilizzata come stacchetto per annunciare la fine del tempo per l’ospite. Ma l’avranno pagata la Siae? E Sal Da Vinci lo sa? Boh. Intanto sono molti gli interventi che si spargono fra le 3 sale aperte al pubblico nel Teatro Parenti. E la sostituta procuratrice di Capua Vetere la bellissima Annalisa Imparato, e Tommaso Cerno, e Francesco Lollobrigida, e Daniele Capezzone, e Paolo Del Debbio e infine pure il Cittadino 0, il militante ariano creato con l’intelligenza artificiale che proferisce perle di saggezza dalla quinta dimensione. Ma ce ne sono molti altri. Impossibile seguirli tutti. Mario Sechi se ne sta appoggiato ad un lungo tavolo e osserva tutto quel che lo circonda con un’espressione indecifrabile. Tommaso Cerno, invece, concluso il suo speech con abito blu e cravatta dorata è assalito dalla folla. A vederlo dal vivo si nota qualcosa in lui. Sembra un po’ Clark Kent. Se dentro il teatro è il caos nel via vai confuso di politicanti, aspiranti politicanti, militanti, genitori senza figli, mogli euforiche, ma soprattutto tantissimi yes man, fuori, tutto sommato c’è più silenzio, anche se da qualche via più in là giungono le grida dei manifestanti pro-Palestina. Al principio del posto di blocco in via Lattuada, alcune modelle stanno subendo con stile un servizio fotografico. Si riconosce dalla capigliatura vaporosa una delle due. È la ballerina Megan Ria, che nell’ultimo Festival di Sanremo è stata al centro di una polemica a proposito di una battuta di Carlo Conti sui suoi particolari jeans, che avrebbero fatto ingelosire sua moglie a tal punto da costringerlo a scendere in platea durante la diretta nazionale. Ma ecco, questa è un’altra storia.

Proteste vicino al Teatro Franco Parenti Ansa
Proteste vicino al Teatro Franco Parenti Foto Ansa

Dentro il teatro, appoggiato su una delle scalinate c’è Roberto Parodi, anche lui un po’ frastornato da tutto questo via vai di gente confusa, ma comunque mantenendo un certo stile nell’attesa della fine di questa grossa parata per il sì. “Senatore, senatore, venga qui!” gridano alcune signore sulla quarantina tutte sorridenti. Si fanno un selfie dopo l’altro e poi passano al prossimo politico da spolpare vivo. Ovviamente c’è Carlo Nordio, il vero autore di questa benedetta riforma, la cui presenza passa un po’ in sordina. Il suo discorso è piatto piatto, molto tecnico, senza quelle sbavature che fanno così bene alla salute del Comitato per il sì. Sembra quasi marginalizzata la sua presenza. La separazione delle carriere è ormai una creatura che cammina da sola (chissà per quanto) e sembra quasi sia stata partorita direttamente da Giorgia Meloni, che però ne è solo il megafono. Il ministro del Mare Nello Musumeci siede accanto all’immancabile vice-presidente del consiglio Ignazio Larussa. Ci sono tutte le colonne portanti de il Giornale. C’è il presidente della Comunità Ebraica di Milano Walker Meghnagi, anche lui per il sì, perché il no è roba da filo-palestinesi. Si aggirano confusi per le sale anche i giornalisti delle varie testate e agenzie, frastornati da questa grande partecipazione. Andrea Del Mastro visibilmente agitato fa “shh” comanda il silenzio, disperato. Si tratta di un caos difficile da domare. Eppure dentro il Teatro Parenti è pieno di “yes men” (and women) che dovrebbero in qualche modo collaborare. Eppure, tutta questa gente che pensa “positivo” fa casino, urla. Son tutti impazziti in attesa per ore della leader Giorgia Meloni applaudono a più non posso. Roba da farsi venire le mani rosse come la bandiera comunista. Nel frattempo dietro le quinte si organizza l’arrivo di Giorgia Meloni che però fa un po’ come Godot. Arriva, non arriva? E se sì, da dove?

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I cronisti prima si accalcano all’entrata laterale del teatro. Per poco non riescono ad entrare perché da dietro un angolo sbuca Giovanni Donzelli che li ricaccia via malamente, costringendoli a mettersi in fila insieme a tutti gli altri cristiani e plebei di vario genere e orientamento che nel frattempo si sono ammucchiati pesantemente verso l’entrata. L’ora X si avvicina. Sul palco principale parla un bel po’ di gente, tra cui pure Sabino Cassese, il punto di riferimento assoluto in Occidente per quanto concerne il diritto amministrativo e intanto si inizia a sospettare che Giorgia Meloni sul palco verrà calata attraverso un’apposita imbragatura progettata per sfuggire alla pedanteria dei giornalisti. Alessandro Sallusti, il moderatore del grande evento, congeda l’ultimo ospite. Il sipario si chiude per qualche minuto. Nel frattempo il jingle creato appositamente per l’occasione riprende a suonare ossessivamente nell’aria. In platea gli ospiti illustri sembrano felici di essere parte di questo consesso. Si stringono mani, abbracci, saluti, prima dell’apparizione della Madre d’Italia. Si apre il sipario. Eccola. Bionda e con gli occhi azzurri come la libertà. Cascata di applausi. Ed ecco il colpo di scena. Un signore dai capelli brizzolati e molto distinto sale sul palco, dona alla premier un piccolo libro e abbastanza vicino ai microfoni perché tutti lo sentano con grandissima tranquillità le dice “attendo le dimissioni di Mattarella”. Meloni molto imbarazzata ringrazia e fa spallucce al pubblico. Inutile dire che questo bizzarro personaggio sia stato immediatamente identificato dalla Digos. Si chiama Orazio Musumeci e prima dell’evento aveva caricato un video su Facebook in cui preannunciava il “faccia a faccia con l’onorevole Meloni” con in mano il suo libro intitolato “il tredicesimo presidente”, sulla cui copertina c’è la sua foto con dietro la bandiera italiana.

È abbastanza vero che fosse stato un pericoloso terrorista nulla avrebbe impedito il successo di un attentato omicida. Di chi è la colpa? È anche vero che a questo evento se qualche lupo solitario avesse deciso di far esplodere buona parte del governo, oppure di fare una strage tra i numerosi presenti, non avrebbe avuto grossa difficoltà. A distanza di pochi secondi dalla platea qualche altro folle grida a pieni polmoni “Giorgia sei stupenda”. La premier fa finta di non aver sentito, tutti ridono. La scena ricorda un po’ il “sì na pret” di qualche Sanremo fa con Rose Villain. Ora si può iniziare e vi risparmieremo la trascrizione completa del discorso, ma rileviamo semplicemente che Giorgia Meloni deve aver cambiato ghostwriter, oppure dev’essere molto stanca, perché anche le sue parole sono stanche, non fanno più presa come un tempo. Le ci va una vacanza, una di quelle lunghe in cui riprendersi un po’ da questo massacro che è il potere. Nonostante ciò i presenti applaudono chiassosamente con le mani ormai paonazze. Il discorso si chiude poi con uno strano sproloquio a proposito del fatto che se non vincerà il Sì, purtroppo chi ha votato no, non si ritroverà libero dal governo che odia, ma se lo terrà fino alle prossime elezioni politiche insieme con una magistratura corrotta, ma soprattutto con stupratori e criminali vari sparsi per l’Italia. Perché l’obiettivo di questa riforma, d’altronde “non è liberarsi dei magistrati”. Bisogna fare chiarezza dato tutto quel che si è detto di recente. Ecco, e ora che si è detto tutto, si chiude il sipario e Meloni, come è apparsa, scompare. La gente piano piano si dilegua e l’ora del giudizio si avvicina. Chissà quel che sarà, forse che sì, forse che no.

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