Il gruppo Cipriani, ora che la storia è finita, che la Procura di Milano si è pronunciata, che il Quirinale ha confermato che non farà altre valutazioni sulla grazia concessa a Nicole Minetti, una delle poche ad averla ottenuta e di certo non l’unica ad averne bisogno per “motivi umanitari” (cioè il figlio malato), ha chiesto 250 milioni di dollari di risarcimento, anche per danno di immagine, a Il Fatto quotidiano e a Report. Forse aggiungeranno una seconda azione legale contro È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer.
A parte che, se la preoccupazione del gruppo Cipriani, guidato dal compagno di Nicole Minetti, è davvero il presunto danno di immagine, una causa monstre contro due media di inchiesta che si sono permessi di fare delle domande non farà certo bene alla loro reputazione (di Giuseppe Cipriani e dell’ex berlusconiana Nicole Minetti); a parte che le domande andavano fatte e Il Fatto non ha nulla da recriminarsi per questo, come avevamo scritto qui; a parte che restano dei dubbi su come la Procura di Milano abbia scelto di chiudere in fretta le verifiche (in pratica senza verificare quanto sostenuto dal Fatto); a parte tutto questo, la cosa grave, ma veramente grave, è che chiedere 250 milioni di dollari (quasi 220 milioni di euro) a un giornale e a un programma televisivo, equivale a farli chiudere. E questo dovrebbe preoccupare tutti, anche chi Il Fatto l’ha criticato, come noi. Anche gli amici de Il Dubbio, Pietro Sansonetti de L’Unità, i colleghi de Il Foglio. Tutti.
Intanto perché il giornalismo che sbaglia dimostra pur sempre che qualcuno ha ancora il coraggio di osare, di provarci, di porsi tutte le domande che, per etica personale e professionale, crede di dover fare. E questo in Italia è sempre più raro, non prendiamoci in giro. Basta guardare le conferenze stampa con Giorgia Meloni e i talk show più blasonati: le domande sono preparate, smussate in modo da non dare fastidio al potente di turno. Quindi chi ancora prova a fare inchiesta in questo Paese dovrebbe essere difeso da tutti, anche perché quelli de Il Fatto, spesso e volentieri, fanno pure il lavoro dei colleghi, si espongono pure quando potrebbero evitare, perché hanno giustamente la fame per la notizia, la voglia di pubblicare.
E poi perché chiunque faccia il giornalista in Italia, il Paese delle querele temerarie, delle denunce per diffamazione anche quando la diffamazione non c’è, delle persecuzioni giudiziarie contro i giornalisti che fanno i giornalisti, sa cosa vuol dire difendere seriamente la libertà di espressione, la libertà di stampa. Poi può scegliere di non esporsi per rimanere nel recinto dell’idolatria verso la legge (che, come sa chiunque abbia fatto un po’ di filosofia, è una cosa diversa dalla morale), della servilità nei confronti delle istituzioni (che poi sono quelle che ti danno i finanziamenti o ti consentono gli sgravi fiscali…). Ma la libertà di parola è una cosa semplice e radicale, e la puoi difendere solo in un modo: senza fare distinzioni tra amici e nemici.
Ora tocca a Il Fatto, ma potrebbe toccare a MOW, a Repubblica, a Il Manifesto, a La Verità. Queste cause, fatte tra l’altro negli Stati Uniti, con regole del gioco diverse, costi legali diversi, e una durata lunghissima, sono una bomba sulle attività di un giornale. Non è difficile capirlo e non dovrebbe essere difficile capire quanto tutto questo sia sbagliato. Soprattutto se il resto dell’anno poi tutti i giornali la menano sugli attacchi alla libertà di stampa in Italia.