Ammetterete che, se la giustizia può sbagliare, se la politica può sbagliare, anche il giornalismo può sbagliare. E può anche darsi, come sta emergendo, che il caso della grazia a Nicole Minetti sia un buco nell’acqua. Ammetterete anche che le ennesime verifiche chiudono la storia meglio di prima, e che quindi l’inchiestina del Fatto a qualcosa è servita. Direte: non ce n’era bisogno. Facile stabilirlo a posteriori. E invece le condizioni per porre le domande c’erano tutte: una figura centrale in un capitolo particolare della storia politica italiana (capitolo, c’è da dire, fortunato proprio per Il Fatto quotidiano), un nome grosso come quello del marito Giuseppe Cipriani, un Paese straniero e strano, la “Svizzera del Sud America”, che ora prova a ripulirsi la nomea (mi piace la defiizione che sul nostro giornale ha dato Andrea Muratore: “Un Paese sul confine della fine della storia in cui però la storia parla inevitabilmente al presente”), la vicenda ancora aperta della morte in un incendio della tutrice legale del bambino, la presunta solita dinamica asimmetrica che vede un Istituto di adozione, su presunta procura di una coppia potente, togliere un figlio ai poveri genitori biologici, il fatto che Minetti fosse per pure coincidenza una delle 77 grazie su oltre 4mila richieste ricevute durante i due mandati di Mattarella, lo spettro dei presunti festini che tornano a vivificare le notti della coppia italiana, la pista dei finanziamenti, un’operazione a un minore fatta in Usa dopo due consulti medici irrecuperabili in Italia, suggestiva vicinanza politica della graziata e dell’attuale governo, e non da ultimo il ruolo passato di Minetti di consigliera regionale della Lombardia, la regione in cui si è svolta la valutazione alla Corte d’appello per l’ottenimento della grazia. Anche noi avevamo chiesto che il Quirinale, e cioè il presidente Mattarella, prendesse una posizione chiara, dando indicazione affinché si facesse chiarezza su una storia oggettivamente curiosa. Allo stesso tempo non abbiamo avuto problemi a criticare chi, cogliendo il trend, ha preferito lanciare illazioni non verificate (e, per evitare querele, si è dovuto scusare pubblicare in tv). Sta di fatto che in queste ultime due settimane tutti i punti di appoggio dell’inchiesta del Fatto sono stati smontati: dal Quirinale, dall’Interpol, da chi indaga sulla pista delle adozioni e su quella del “cambio vita” di Minetti. La velocità con cui si sta confermando la bontà della grazia data all’ex consigliera è conseguenza certa dell’attenzione mediatica che abbiamo rivolto TUTTI al caso, anche chi, cercando di sgonfiarlo anzitempo grazie a veline e contatti all’interno degli ambienti che contano, ora dovrà ammettere che sì, il giornalismo sbaglia, ma è meglio il giornalismo che sbaglia che nessun giornalismo. E se questo caso non era degno delle domande che son state poste, allora non sappiamo davvero cosa possa sollecitare la curiosità dei nostri cronisti e cani da guardia del potere.
8 maggio 2026
Il caso della grazia a Nicole Minetti si sta sgonfiando, Mattarella ha risposto e il giornalismo si dimostra importante anche quando sbaglia
Tutti a dire “ve lo avevamo detto”, perché il caso della grazia a Nicola Minetti pare si basi sul nulla. Tuttavia gli aspetti strani su cui era giusto fare domande c’erano e chi, se non dei giornalisti, dovrebbero porle ai potenti? Il Fatto ha semplicemente sbagliato (mentre Ranucci ha completamente cannato, andando oltre ciò che un buon giornalista dovrebbe fare), ma in una democrazia anche il cane da guardia che abbaia alla notte invece che ai ladri è meglio di una società in cui tutti i cani dormono (in piedi)
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Ansa