La sceneggiatura parla da sola. Sigfrido Ranucci: "Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Carlo Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay”. Chiama in diretta il ministro Carlo Nordio. Carlo Nordio: "Non esiste al mondo. Ma figurarsi se sono andato lì. I miei spostamenti sono tutti documentati, era una missione ufficiale di tre giorni in Argentina e in Uruguay uno o due anni fa. C'è un limite a tutto, anche a questo degrado morale e mediatico”. Ranucci specifica: “Una pista che stiamo verificando”. Ranucci è troppo navigato per non sapere cosa sia il giornalismo. Per cui è davvero difficile che lui non sappia distinguere tra una notizia e l’inizio di qualcosa che potrebbe diventarlo. Impossibile, infine, che non conosca la differenza tra informazione e suggestione, tra populismo e giornalismo. Insomma, impossibile che non sappia che le notizie vanno prima verificate e poi dette e non il contrario, soprattutto se si è indiretta e si gode della credibilità che Ranucci ha. “Stiamo verificando” non è solo un’ammissione di colpa, è un danno reale alla categoria. In più peggio di così non può andare. La macchina che è stata innescata anche ai danni di Nordio è inspiegabilmente diversa da quella riservata, per esempio, ai magistrati e al Presidente della Repubblica, ma tant’è. Aggiungere questa illazione è voler stare sulla cresta della notizia seguendo i tempi televisivi e gli schemi proprio dello spettacolo, non dell’informazione.
Certo, può Ranucci essere ospite di un programma come Cartabianca (Rete4) senza avere nulla di nuovo da aggiungere, senza concentrare l’attenzione su di lui? Ci vedo dell’egocentrismo, senza sensibilità e accortezza nei confronti non tanto di un ministro ma di un equilibrio fragilissimo, quello che dovrebbe imporre al giornalista, al di là di tutto, un po’ di pudore civile, di senso della misura. In un momento così critico per chi rappresenta la società civile a che pro dare finti scoop, fare sfoggio di impreparazione e parlare in libertà? Quando Nordio chiede a quale anno si riferisca, se ai primi di marzo del 2026 o no, Ranucci risponde che non lo sa. Ranucci non sa neanche di che anno parla, ma lo “scoop” gli è sfuggito di bocca. Come mai? Un riflesso incondizionato, un vizio ormai strutturale, una cattiva abitudine che col giornalismo non ha alcun legame. Ma la colpa non è sua, perché giustamente lui fa quello che gli riesce bene e che il pubblico gli chiede. Il problema è nostro, che non distinguiamo più tra fatti e interpretazioni, tra il pettegolezzo e la notizia verificata. Non abbiamo la pazienza di aspettare, di approfondire, di guardare le cose con chiarezza. La colpa non è sua, è nostra.