Entrare nel laboratorio della dottoressa Elena Varotto, in Sicilia, significa accettare di guardare in faccia la parte più oscura e inquietante della realtà. Non basta, insomma, essere “appassionati di crime” perché poi ciò con cui ci si scontra non ha tensione narrativa: è crudo e scarno come sono crude e scarne le ossa. Antropologa forense, ricercatrice, una figura che osserva la scena del crimine, ma la interroga pure fin nelle fibre più profonde del tessuto osseo. In Italia gli antropologi forensi non sono moltissimi, ma altrove, soprattutto negli Stati Uniti, sono figure chiave nelle grandi inchieste su assassini seriali e crimini di sangue, ma anche più semplicemente sulla soluzione di vecchi casi rimasti nel tempo senza un perché. Scienza, insomma, che si mescola pure all’umanesimo e si mette al servizio della giustizia. Ecco, a Elena Varotto abbiamo rotto le scatole dopo giorni e giorni di notizie su Pamela Genini, su quella tomba profanata al cimitero di Strozza e quel cadavere decapitato, mentre si cerca una testa e un colpevole. Perché ok le notizie più o meno dirette che arrivano, ma resta una grande domanda: perché?
In verità – ci dice – non è così raro. Purtroppo in letteratura sono riportati casi di cadaveri profanati e, soprattutto, di decapitazioni.
Quando leggiamo per la prima volta di casi come quello di Pamela Genini, noi inorridiamo. Lei, da antropologa forense, cosa pensa sul momento?
Inorridisco anche io, sul piano umano. Poi, inevitabilmente, cerco di approcciarmi alla notizia con un atteggiamento differente, scientifico. E penso che lo smembramento, per quanto atroce, sia appunto una modalità che segue logiche precise. Noi ci scontriamo con questa realtà. Professionalmente, invece, la mia figura entra in gioco quando la carne non parla più: analizziamo le ossa per ricostruire un evento, parte dell’indagine. L’osso è un tessuto straordinario, un "hard disk" che conserva tracce indelebili: possiamo dire se un taglio è stato fatto prima o dopo la morte, la traiettoria di un fendente, o se c'è stato un tentativo maldestro di occultamento. In Italia stiamo crescendo, ma all'estero, specie tra gli anglosassoni, l'antropologo lavora da tempo fianco a fianco con il medico legale (il patologo forense, come lo chiamano in quelle nazioni) anche sui cadaveri "freschi". È lì che facciamo la differenza.
Partendo dal caso di Pamela Genini e finendo al generale, quanto tempo ci vuole, tecnicamente decapitare un cadavere?
Dipende dall'esperienza di chi agisce. Se calcoliamo tutto — scavalcare, aprire la tomba, estrarre la bara che ha un peso notevole e poi intervenire sul corpo — parliamo di ore. L’atto della decapitazione in sé è più rapido, ma le ossa hanno una resistenza elevata. Più lo strumento è adatto, più il tempo si riduce. Se hai l'arma giusta e sai dove colpire, fai in fretta. Stessa cosa se si ha esperienza: paradossalmente, per quanto possa sembrare incredibile a credersi, si può disarticolare un cranio anche a mani nude.
Davvero si può fare a mani nude?
Eh sì, tecnicamente la disarticolazione può essere praticata a mano senza l’utilizzo di particolari strumenti, ma serve una competenza anatomica che rasenta la chirurgia e richiede molto tempo. In letteratura scientifica cataloghiamo tutto: i coltelli o i bisturi agiscono sui tessuti molli lasciando tracce sottili sull’osso; accette e machete invece spaccano, lasciano fratture da impatto violente. Poi ci sono le seghe, che firmano il lavoro con striature parallele e le cosiddette "false partenze". E oggi ci sono persino le smerigliatrici, i "frullini" di cui s’è parlato anche per il caso di pamela Genini: lasciano segni abrasivi rotatori inconfondibili. Noi leggiamo queste tracce come se fossero “codici a barre”.
Paradossalmente si può capire anche quale esatto strumento è stato utilizzato magari risalendo al metallo della lama?
Assolutamente sì. Ci sono tecniche che permettono di analizzare le pareti e il fondo del taglio. Possiamo risalire persino alla lega metallica dello strumento. E, da lì, poi diventa meno complicato anche restringere notevolmente il campo delle possibilità. La tecnologia moderna non lascia sempre meno scampo a chi pensa di aver cancellato le tracce.
Un gesto come portare via una testa cosa suggerisce a un'esperta? Parliamo di rituali, di trofei o di messaggi criminali?
È un’azione successiva all'omicidio, molto simbolica. La testa (detta anche il capo) è l’identità: in quasi tutte le culture, portarla via significa possedere l’individuo. Le motivazioni variano: possono essere parafiliche, legate al collezionismo di "trofei", o messaggi intimidatori in contesti mafiosi. Sulle piste ritualistiche o sataniche, però, ci andrei cauta: sono molto meno documentate di quanto i media amino far credere. Spesso la realtà è più "umana" e terribile nella sua semplicità.
E una volta portata via, come la si conserva? È roba da film horror?
Se la si sotterra, la natura fa il suo corso. Se la si vuole conservare come un trofeo, invece, servono metodi da museo anatomico, come la formalina. Ma qui entriamo quasi nella fantascienza criminale. C'è poi chi prova a distruggerla. Se la si butti nel camino di casa, però, qualcosa resta sempre: un camino non raggiunge le temperature di un forno crematorio. Denti e frammenti ossei rimangono lì, pronti a essere analizzati scientificamente anche se il DNA, esposto al fuoco, sarebbe più arduo da recuperare. Distruggere completamente un resto umano è molto più difficile di quanto intuitivamente si pensi.
Quindi, tornando dritti su Pamela Genini, è molto più facile pensare che la testa di quella povera ragazza sia stata nascosta che distrutta? E che sarà possibile ritrovarla, magari insieme al responsabile o ai responsabili della profanazione…
Sì, a mio avviso è più facile che sia stata nascosta. E quello che mi auguro, e che auguro prima di tutto alla famiglia, è che la ritrovino quanto prima.
Rispetto ai "Cold Case" che tolgono il sonno all'Italia. C’è un caso su cui avrebbe voluto mettere le mani?
Emanuela Orlandi, senza dubbio. È un caso aperto, un buco nero della nostra storia. E poi Mirella Gregori o Katy Skerl, la ragazza la cui bara fu trafugata. Ma per me non esiste il "caso famoso". Restituire l'identità a uno sconosciuto dimenticato in un fosso ha lo stesso valore che darla a una ragazza finita sui giornali. L’essere umano è al centro, sempre. Lavoro molto in Sicilia nell’Italia meridionale: uno dei miei primi casi era relativo a un omicidio della Mafia Garganica. Pensi alle persone, non al clamore che i casi di cui sono stati loro malgrado protagonisti abbiano avuto.
La domanda devo fargliela: Garlasco. Un antropologo forense può ancora dire qualcosa su Chiara Poggi?
Sì e credo che la Procura di Pavia, tra i quesiti sottoposti alla professoressa Cattaneo, che è anche una antropologa forense, abbia voluto specificatamente toccare un certo tipo di tematiche perché le lesioni craniche di Chiara sono complesse. C’è una successione di colpi nello stesso punto che crea un "modello". L’antropologo può distinguere tra lesioni contusive e da taglio, capire se le armi erano una o due. Insomma, tante informazioni e con strumenti moderni…
In molti sostengono che, se l’indagine di pavia si trasformerà in un nuovo processo, sarà inevitabile la riesumazione di Chiara Poggi. Lo pensa anche lei?
E’ una possibilità. Ad oggi, tuttavia, abbiamo la "Virtopsia", l'autopsia virtuale. Se abbiamo i dati radiologici e le TAC di allora, possiamo ricostruire il cranio in 3D al computer. Il cranio come qualunque altra parte. Possiamo misurare i diametri delle lesioni e analizzare i traumatismi senza toccare il corpo. La riesumazione è un atto invasivo, un lutto che si riapre per i familiari, un dolore infinito. Se la scienza ci permette di lavorare sui pixel e sui dati matematici, dobbiamo farlo lì.
Spesso nei processi si scannano sull'ora della morte. Integrando il lavoro di un medico legale a quello di un antropologo forense potrebbe essere meno difficile stabilirla?
Non esiste il "minuto spaccato". Si lavora per intervalli. Il contenuto dello stomaco è in realtà molto variabile e poco affidabile da solo, come indicatore. Oggi usiamo metodi matematici integrati con l'imaging della TAC. Rispetto a vent'anni fa, siamo in un altro mondo scientifico: possiamo stimare persino il peso del corpo post-mortem tramite i software. La verità scientifica non è mai un’opinione, ma solo un dato che aspetta solo di essere letto correttamente.