Diluire la responsabilità personale nel gran mare del sociale. E’ il dividi et impera di una volta, solo che modernizzato e pure un pochetto invigliacchito (che non si dice, ma rende bene l’idea). Quale è il tema? La narrazione che s’è cominciata a fare e che probabilmente si farà circa le reazione all’ormai famoso esposto con gli audio depositati in Procura Generale a Milano relativamente alle indagini – e alle narrazioni stesse – sull’omicidio di Chiara Poggi.
Antonio De Rensis, “cucciolo” per i nemici intimi, è avvisato: si sta già compiendo la metamorfosi di un’azione ignobile (giornalisticamente) in una rivendicazione ideologica. E, lasciatecelo dire, non c’è spettacolo più deprimente, per chi ancora coltivi il vizio della lucidità, della vista di chi, colto nel segno della propria meschina condotta, ripara sotto il baldacchino delle "Grandi Cause". Eppure è ciò che si vede a 48 ore dall’ufficializzazione di quell’esposto - arrivato insieme alla notizia dell’incontro tra il Procuratore di Pavia, Napoleone, e la Procuratrice Generale, Nanni, per parlare anche della revisione della sentenza di condanna di Alberto Stasi - e quando ne mancano poche ai dettagli che saranno svelati da chi, nel frattempo, ha già bollato la difesa, e l’incazzatura, di Antonio De Rensis, come atti di maschilismo e patriarcato.
Praticamente si sta dicendo che si può provare a sedurre un uomo, provare a circuirlo, chiedergli dei favori, mettergli il tutto mediaticamente nel c*lo e, se lui prova a raccontare la sua versione dei fatti, appellarsi al femminismo e indignarsi davanti a cotanto patriarcato. Sì, questo è. E fa abbastanza vomitare già fermandosi qui, senza entrare nel merito di un esposto su cui, in quanto tale, farà luce e chiarezza chi di dovere.
Diciamolo subito: De Rensis una “cappellata” (giusto per restare nel “garlaschese”) l’ha fatta. O, meglio, una caduta di stile l’ha avuta rivelando di aver mostrato i messaggi privati ricevuti dalla giornalista che poi ha provato a crocifiggerlo a Rita Cavallaro (e forse non solo). L’ha fatta anche “lasciando intendere” e poi precisando. Ma l’ha fatta, evidentemente, scegliendo di mettersi a nuotare nello stesso veleno che gli è stato riversato addosso sin dal giorno zero in cui s’è cominciato a parlare dei famosi audio. Forse pensando di provocare chissà quale reazione e ritrovandosi, invece, a far venire rabbia pure a chi ha cercato di mantenere distacco rispetto a tutti quelli che sembrano avere interesse a scaldare i toni e spostare l’attenzione dalla sostanza: le nuove indagini su un omicidio per il quale s’è indagato male e in un’unica direzione.
Il punto è quello e quello deve restare. De Rensis o non De Rensis, De Giuseppe o non De Giuseppe, anche se è praticamente certo che c’è altro oltre ciò di cui s’è parlato e anche se è praticamente certo che lo scopo di tutto è gettare un’ombra nuova, e pesante, su qualcosa su cui finalmente stava arrivando la luce. Invece già si parla di patriarcato, di De Rensis maschilista violatore di privacy, come se non ci fosse niente altro da raccontare a monte. E’, dispiace dirlo, come mettersi davanti a uno specchio e poi accusare lo specchio solo per aver replicato restituendo il brutto senza sconti. Magari bollandolo anche come il nemico. O come chi è forgiato dal nemico e forgia nemici.
Siamo alla farsa di chi, conscio della fragilità strutturale e della pochezza delle proprie azioni, indossa i panni della vittima sistemica per sfuggire alla responsabilità dell’atto. Innescando un meccanismo malato: se la vittima della pochezza reagisce, quella reazione non è più una legittima difesa, ma — per un mirabolante ribaltamento dialettico — un rigurgito di oppressione sistemica. È la psicosi del paravento: si brandisce un’istanza collettiva (la privacy, il patriarcato, il femminismo) per sanare un fallimento individuale. Ma così si sta compiendo anche un doppio scempio: si sviliscono lotte storiche sacrosante, riducendole a paraventi per l'incapacità di stare in una professione, e si annienta la possibilità di un’autentica crescita anche fatta di contrapposizione.
Chi ricorre a tali iperboli cerca davvero la giustizia? O cerca l’impunità sociale, rifugiandosi in un vittimismo precostituito offensivo di onestà intellettuale? La risposta è sicuramente la più triste e umanamente miserabile. Ma c’è pure di peggio. Che non è il peggio che deve ancora venire – e arriverà – ma il peggio di chi s’è fatto manovrare. Il serpente, come ha ben detto l’avvocato De Rensis, ha una testa. Ma non è la testa che tutti stanno provando a immaginare facilmente: anche l’alfabeto del veleno comincia sempre con la A (mai con la B). E non è la A di audio.