Ma della morte di Aurora Livoli non frega già più niente a nessuno? Signori, esistono vittime di serie A e vittime di serie B anche quando si parla di femminicidio. Brutto, bruttissimo da dire, ma è la sensazione che si ha osservando il modo in cui questa storia è stata raccontata prima, quando ancora non si sapeva chi fosse l’assassino, e poi rapidamente assorbita quando invece è venuto fuori un nome: Emilio Gabriel Valdez Velazco, cinquantasettenne peruviano clandestino in Italia e con una agghiacciante scarica di precedenti sulle spalle. Un giorno, il tempo della cronaca secca e, poi, solo rumore di fondo. Come se – sia perdonata la cinica franchezza - l’uccisione di una ragazza di diciannove anni non abbia prodotto lo scandalo morale di altre. Aurora, dicono le prime ricostruzioni, è stata strangolata in un cortile milanese, probabilmente dopo aver tentato di difendersi da un uomo di cui verosimilmente s’era fidata. E’ femminicidio. Eppure, più che la sua morte, sembra aver fatto notizia tutto ciò che le stava attorno: i suoi allontanamenti, il suo disagio psicologico, la sua solitudine. Come se la fragilità fosse una colpa e non, invece, l’elemento che rende ancora più feroce la violenza subita e la fine che le è stata fatta fare.
Secondo gli inquirenti, non ci sono dubbi sull’uomo che l’ha incontrata e accompagnata negli ultimi minuti di vita, fino a togliergliela strangolandola. Ma non ha il profilo giusto per certe narrazioni. Solo che, narrazioni o meno, c’è una realtà che non si può ignorare: una sequenza di precedenti impressionante. Violenze sessuali. Aggressioni. Tentativi di strangolamento. Provvedimenti di espulsione rimasti lettera morta. Rientri nel territorio italiano mai chiariti. Emilio Gabriel Valdez Velazco aveva già dimostrato, più volte e contro più donne, di essere pericoloso. Ma nonostante questo era libero. Libero di muoversi nella metropolitana. Libero di aggredire una ragazza e tentare di trascinarla via. Libero di incontrarne un’altra poco dopo e andare a ammazzarla. La morte di Aurora era prevedibile. Sia chiaro: non per Aurora perché era Aurora, visto che al suo posto poteva esserci chiunque come ultimo, sfortunatissimo, anello di una catena fatta di omissioni, automatismi burocratici, decisioni mancate. Aurora Livoli, sempre se le accuse saranno confermate, l’ha uccisa il suo assassino in concorso con chi ha permesso che andasse ancora in giro (l’assassino). O vogliamo fare finta che non sia così?
Solo che, invece di interrogarsi su questo - o magari sugli strumenti che i genitori (di figli ormai maggiorenni con problematiche) non hanno per poter aiutarsi (e aiutarli) davvero - il racconto pubblico ha imboccato una strada diversa. Persino la parola “femminicidio” ha cominciato a scomparire, sostituita da formule più neutre. Vigliaccamente sbiaditelle. Più prudenti. Quasi asettiche. Come se quel termine, così evocato e così di moda, improvvisamente non fosse più utilizzabile. Come se, nell’orizzonte di una certa cultura, il fatto che l’autore della violenza non rientri in un determinato profilo simbolico renda la vittima meno vittima. Praticamente l’etichetta è saltata e il paradosso è che è saltata proprio quando sarebbe stata perfetta per descrivere una violenza maschile contro una donna, indipendentemente dal passaporto di chi l’ha commessa.
Piuttosto che chiamare le cose con il loro nome, il discorso si è spostato su Aurora. Sui suoi “demoni”. Sul suo stato emotivo. Sulle ragioni per cui aveva lasciato casa. Una ragazza adottata, seguita da uno psicologo, che si muoveva ai margini. Senza un telefono. Senza protezioni. Ma tutto questo non attenua la responsabilità di chi l’ha uccisa (in concorso): semmai la aggrava. Aurora era vulnerabile da viva. E adesso che è morta ammazzata sembra sia diventata pure scomoda, perché non facilmente inquadrabile, come vittima, nelle categorie ideologiche dominanti.
Il risultato è miserabile: termini nati per definire un ambito giuridico e culturale, come “femminicidio” finiscono per apparire strumenti di selezione, più che di comprensione. Si usano quando confermano una narrazione, si accantonano quando la mettono in crisi. E allora viene da chiedersi se l’obiettivo sia davvero riconoscere e combattere la violenza contro le donne, o piuttosto presidiare un linguaggio che risulti identitario. Se davvero si vuole dare un senso alla parola femminicidio, bisognerebbe avere le palle – se non vogliamo scomodare l’onestà intellettuale - di usarla anche quando disturba. E cioè quando costringe a guardare responsabilità scomode o contraddizioni profonde. Altrimenti resta il sospetto amaro che la morte di Aurora Livoli abbia segnato la nascita ufficiale della Serie B dei femminicidi.