C’è un dettaglio per nulla irrilevante che rende la storia di Monica Busetto molto più scomoda di quanto già non sia. Il nome di Carlo Nordio. Quando i giornalisti lo raggiungono e gli domandano del caso di Monica Busetto, lui risponde come può rispondere solo chi è stato dentro le stanze dove tutto è cominciato. “Non so se dovrei rispondere come Ministro o come ex pm”, dice. Torniamo indietro. 20 dicembre 2012, Mestre. Viene trovato il corpo di Linda Taffi Pamio nel suo appartamento riverso nel suo stesso sangue. Colpita con uno schiaccianoci, una collana spezzata, una medaglietta incastrata tra le pieghe dei vestiti. La porta non forzata. Tutto lascia pensare che Linda abbia aperto la porta al suo assassino. Nel palazzo vive anche Monica Busetto, è la sua dirimpettaia. Nelle intercettazioni telefoniche della Busetto, la vicina di casa della vittima non pare essere in buoni rapporti con lei, ma le sue parole lasciano intuire qualche piccola bega da vicini di casa. Peccato, però non abbia un alibi. Basta questo per trasformarla nel bersaglio perfetto. Quando le forze dell’ordine le perquisiscono l’abitazione trovano un unico elemento che potrebbe collegarla alla scena del crimine. Una collanina spezzata che potrebbe coincidere con quella mancante dal corpo della Pamio. Ma su di essa nessuna traccia di Dna. Gli inquirenti però non mollano. Spediscono il reperto a un altro laboratorio. E lì, magia una quantità infinitesimale di materiale genetico, dodici cellule, più o meno, vengono elevate a prova regina. Da quel momento, tutto il resto sembra costruito attorno a quell’elemento. Indizi stirati, interpretazioni forzate, perfino le analisi della scientifica che parlano di un’impronta da calzatura “di interno” in una scena completamente intrisa di sangue. E poi i tempi non rispettati nelle varie procedure di repertazione, con il rischio concreto di contaminazione. Va a finire come nel peggiore degli incubi per Monica Busetto, che viene condannata in via definitiva a 24 anni per omicidio. Un omicidio realizzato in totale solitudine secondo le carte. Nonostante ci sia un’altra traccia di Dna allora non chiarita. Ma la Busetto si proclama innocente.
Tre anni dopo succede qualcosa che dovrebbe far saltare tutto. Viene uccisa un’altra donna, Francesca Vianello. L’assassina viene presa, è Susanna Milly Lazzarini che confessa l’omicidio. E durante gli interrogatori succede una cosa incredibile. In un lapsus, la Lazzarini inizia a parlare dell’omicidio di Linda Pamio. Quello per cui è in carcere la Busetto. Poi lo dice chiaramente: è stata lei. Da sola. Per entrambi gli omicidi. Questa la sua prima confessione. Ma agli inquirenti non sta bene. Quella confessione non può andare bene. Seguono 31 ore di interrogatori. E da subito sembra emergere una direzione precisa: spingere la Lazzarini a coinvolgere Monica Busetto. Le vengono suggerite dinamiche, scenari, possibilità. Un copione da completare. Ma la Lazzarini continua a dire la stessa cosa, “ho fatto tutto da sola”. A forza di ripeterle domande sulla Busetto si alterano i ricordi della signora, che inizia a dare tutta una serie di versioni, una più inverosimile dell’altra. Viene infine rinvenuta una foto della Pamio con una collana indosso che prova l’estraneità di quella ritrovata in casa della Busetto dalla scena del crimine.
Gli avvocati della Busetto chiedono la revisione del processo. E questa viene respinta. Arrivano al Tribunale di Trento. E lì succede qualcosa che definire surreale è poco: i giudici sbagliano l’ordine delle confessioni. La versione più attendibile – la prima, quella spontanea, quella in cui la Lazzarini si autoaccusa da sola – viene scambiata con quella delirante. E dunque ritenuta inattendibile. E quindi la revisione viene rigettata sulla base di un presupposto, di fatto, falso. Torniamo al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che all’epoca dei fatti era procuratore aggiunto a Venezia. La stessa procura che ha costruito il caso Busetto. Oggi, da Ministro della Giustizia, si limita a ricordare che esistono strumenti come la revisione per correggere eventuali errori giudiziari. Il caso è finito al centro di due interrogazioni parlamentari. Dove l’allora Procuratore aggiunto e oggi Guardiasigilli ha risposto così:“Naturalmente io non posso entrare nell’ambito di un’indagine svolta da me 15 anni fa perché non so se dovrei rispondere come Ministro della Giustizia o ex Pm, posso soltanto dire che la legge prevede strumenti come quello della revisione che possono correggere a distanza quelli che sono gli errori giudiziali”. Il punto è che quegli strumenti, finora, non hanno funzionato. Adesso però qualcosa si sta muovendo. Nelle scorse settimane è stata depositata una nuova istanza di revisione presso la Corte d’Appello di Trento. E, dettaglio non da poco, si è associata anche la Procura generale. La prima udienza è fissata per il 10 giugno. Per Monica Busetto potrebbe essere l’inizio della fine di un incubo lungo più di dieci anni. Oppure l’ennesimo capitolo di una storia in cui la verità proprio non deve venire fuori.