Sulla riforma della giustizia volano gli stracci ed è tutto abbastanza pessimo. Prima Nicola Gratteri, per il no, attacca chi vota sì. Tutti imputati, condannati e massoni. Una succinta sintesi di un lungo elenco. Dall’altra, però, c’è lo stesso ministro della giustizia Carlo Nordio che dopo l’infelice passaggio sulla P2 di Licio Gelli ora arriva a definire i Pm dei mafiosi citando le parole del Pm antimafia Nino di Matteo. Non contento infierisce annunciando che utilizzerà frasi ancora peggiori. Massì, mandiamo tutto in vacca no? Forse è l’unico modo possibile per sopravvivere a questa campagna per il referendum che, tra parentesi, somiglia un po’ troppo ad una campagna elettorale. Forse è quello il punto no? Alzare la voce, poi urlare e, se non basta, prendere il megafono e urlarci dentro cose da mettersi le mani nei capelli perché esasperati bisogna esserlo davvero. Un po’ come Kanye West che per “provocare” tirò fuori il pezzo “Nigga He*l H*tler” e ora per toccare vertici ancora più alti di viralità non potrà che suicidarsi in diretta con un colpo di pistola alla tempia. Eppure non è certo più innocuo lo scontro qui in Italia, dove Mani Pulite ha certamente scavato una ferita profonda che ancora non si è rimarginata. Eppure qui sembra che, invece di disinfettare, qualcuno stia gettandovi mozziconi di sigaretta, cenere e tanta altra immondizia. Massimi legislatori e massimi interpreti della legge che litigano come degli adolescenti radicalizzati su qualcosa che il più degli italiani ignora. Un dialogo parecchio degenerato e in più, lo fanno contendendosi uno strumento retorico, quello della magistratura corrotta. Manteniamo la calma ragazzi.
Il Presidente Sergio Mattarella non sarà stato contento delle parole di Nordio, d’altronde, è ancora lui il presidente del Csm. Evidentemente il ministro della giustizia si sente la vittoria in tasca, ma il punto non è su chi vincerà e chi no. Il punto è che ci viene continuamente ripetuto dai vari esponenti dei comitati per il sì, per il no “leggete la riforma, non badate a chi parteggia per il sì, per il no”, ma cosa dobbiamo fare, tapparci le orecchie? Il baccano è assordante ed è parecchio complicato ignorare un dibattito che raggiunge livelli imbarazzanti. Dal curling olimpionico per il no agli spettacoli in teatro di Sallusti. Dagli scivoloni di Gratteri su Falcone alla ignobile censura di Alessandro Barbero sui social. Ma al di là della retorica, che in questo periodo abbonda e addirittura trabocca, lo scontro si è talmente radicalizzato che sia da una parte sia dall’altra si utilizza lo stesso oggetto retorico per provare a mobilitare un elettorato che non vuole sentirne di politica e non vuole essere infastidito, specialmente ora che il sole torna a fare capolino all’orizzonte e la primavera promette un clima meno rigido. E qual è questo oggetto? La magistratura corrotta.
Gratteri ha parlato di imputati, indagati e massoni forse perché gli impresentabili del sì sono una lista molto lunga. Capolista Luca Palamara, il “pentito” del “sistema”, ma poi anche Michele Nardi, Pietro Errede, Daniela Santanché indagata de qua e de là. Pure Giovanni Toti, sbattuto ai domiciliari e costretto a dimettersi. Anche lui oggi, accanto a Palamara ingolla la pillola amara, si schiera dalla parte dei più forti e vota sì. Nordio utilizza questi stessi personaggi per spiegare le ragioni del sì attraverso le loro parole. Capito? Sia chi vota sì, sia chi vota no dice “la magistratura è corrotta”. Antonio Di Pietro, che a lungo è stato il bersaglio dei berlusconiani e della destra che parlava di “giustizia ad orologeria” oggi invece vota sì, e per chi vota no, oggi Di Pietro è passato al lato oscuro. Perché tutto questo cortocircuito, queste volgarità e tutta questa acredine? Perché da un lato tremano le correnti interne alla magistratura, dall’altra trema la politica che va di fronte, de facto, ad una prova generale delle elezioni anticipate e infine tremano gli assoldati che contano poco, di questa campagna, da un lato e dall’altro, sperando che il loro contributo sia servito davvero a qualcosa. È una guerra di partigianerie, fra personalità e il contenuto della riforma rimane per la maggior parte degli italiani un mistero insoluto.