Non è un bello spettacolo vedere un direttore della Rai, in particolare quello dell'approfondimento Rai Paolo Corsini, scaricare malamente un conduttore - uno a caso, Sigfrido Ranucci - dopo che a questo è stata messa una bomba nell'auto in cui poteva esserci anche la figlia. Ma non è nemmeno un bello spettacolo leggere i commenti di chi scrive che quella a Ranucci è stata "una bomba d'amore" - vedi Vittorio Feltri su il Foglio, il quale poi aggiunge pure che Ranucci gli sta "sulle balle" - oppure che non sia da escludere che se la sia messa da sola, la bomba, Ranucci. Basterebbe leggere le carte per cambiare idea, ma ecco, questo è un altro discorso e forse richiede troppa fatica per i vari Facci e compagnia cantante che si sono attivati per abbattere il nemico e collega Ranucci. Ma torniamo sulle parole del direttore dell'approfondimento Rai che ieri sera è stato intercettato dal Corriere a Montecitorio all'entrata di un convegno e dopo.
È la prima pagina del Corriere di oggi. Di bombe finte che fanno saltare in aria automobili per davvero, diciamo che non se ne sono mai viste. Poi, che parte dovrebbe essere Ranucci? Forse il mandante, come scrive certa stampa? Vabbè, forse è solo un dettaglio che su quell’auto poteva esserci anche sua figlia. Infatti poi a Corsini Ranucci chiede una smentita. Ma sono le solite parole estrapolate fuori contesto, no? Però il “Report si fa con o senza Ranucci” è abbastanza chiaro. Pure il “se avessero utilizzato il metodo Report per questa storia Ranucci sarebbe già al gabbio”. Continua Corsini sul fatto che Report andrà avanti "con o senza Ranucci, magari può condurlo Giorgio Mottola o un altro giornalista della redazione". Un bel direttore, Corsini. Meglio scaricarlo, il pessimo Ranucci, no? Frequenta gentaglia, ha amici faccendieri come Lavitola che oggi è accusato di essere il mandante. "Dovrebbe esistere un limite anche tra fonte e cronista, per non superare un confine pericoloso". Tutto sommato se l’è cercata, Ranucci, e si è fatto manipolare dalla sua fonte numero uno.
Dalle colonne della Verità addirittura ci si domanda se sia stato lui la fonte dell’imbeccata su Nordio in Uruguay. No, ecco: la solidarietà per un collega, seppur dall’altra parte della barricata, a quanto pare proprio non si può – figuriamoci da parte del proprio direttore – e la parola d’ordine è picchiare duro, senza pietà. Corsini ha infatti dichiarato: "Poi chiameremo e chiamerò Ranucci, perché deve chiarire questa vicenda inquietante nella quale, per il momento, è la parte lesa. La bomba era per lui, vera o farlocca che fosse. Report si fa anche con altri”. Però ricordiamoci, come ha detto giustamente anche Gianluca Zanella, che non è la prima volta che certa stampa accusa qualcuno di essersi messo la bomba da solo (si veda il fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura e quel che si scriveva all’epoca). Gli stessi poi lo hanno osannato da morto. Ricordiamoci che, a unire i puntini – e non ci vuole nessuna laurea in giurisprudenza – questa storia è torbida fin dal principio. Dopo la bomba, a inchiesta ancora non pubblicata su Report, arriva al Domani una lettera anonima che indica una fantomatica pista della mafia albanese legata a un uomo vicino a Edi Rama. Si chiama depistaggio, e ancora nessuno sa chi l’abbia scritta.
Poi lo scritto anonimo alla Procura di Roma che indica il cantiere di Rovigo. Nell’inchiesta si mettono in evidenza i legami con FdI in Veneto (in particolare Alberto Paterniani, esponente locale e compagno di una dipendente del cantiere coinvolta nell’operazione di acquisizione) e la vicinanza di un imprenditore di Caserta (Enrico Petrarca, titolare della PEV) con esponenti FdI campani, tra cui il deputato Gimmi Cangiano (non indagato, coordinatore regionale del partito, con feudo proprio a San Marcellino, paese di Petrarca). Petrarca si era candidato nel 2016 proprio sostenuto da FdI locale. La PEV avrebbe ricevuto milioni da Cavazzana per lavori ritenuti fittizi, e i Petrarca (a volte con parenti legati ai Casalesi) avrebbero fatto più viaggi verso Rovigo nei mesi caldi. Comprensibile l’insofferenza di certa stampa. Poi quando Giletti manda in onda il suo scoop sui camorristi, un boss manda una email al pm Villani e spiega "noi non c’entriamo niente". E per carità, se si fidano i pm chi siamo noi per opporci? Nessuno. Certo è che gli ultimi giornalisti a riprendere in video una cassa di legno piena di armi prima di quelli di Report sono stati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e sappiamo tutti che fine hanno fatto.