“Sono rimasto flashato dalle scarpe a punta”. Giuseppe Brindisi ha iniziato così, leggendo un passaggio dell’informativa di chiusura indagini dei Carabinieri di via Moscova, il blocco di Zona Bianca dedicato alla “scarpe a punta di Andrea Sempio”. Scarpe a punta che, per ovvie ragione, hanno anche la suola più stretta. Sia chiaro: chi indossa scarpe a punta non è necessariamente un assassino, ma il dibattito è andato a finire lì perché da mesi, ormai, si discute della misura del piede dell’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. Con prove più o meno empiriche, più o meno scientifiche, a sostegno di una tesi o dell’altra. E anche con toni che, ogni volta, finiscono per accendersi. Della “passione” di Andrea Sempio per le scarpe a punta, però, aveva parlato per primo proprio Sempio, nell’ormai famoso forum dei seduttori e in almeno un paio dei post firmati con il nick Andreas.
Nel corso della puntata di Zona Bianca è stata mostrata anche una vecchia foto dello stesso Sempio con ai piedi proprio delle scarpe a punta, prima di mandare in onda un servizio in cui il consulente Armando Palmegiani torna a ribadire che Andrea Sempio, per la conformazione del suo piede, mai avrebbe potuto indossare scarpe a pianta così stretta. “E’ proprio che il piede di Sempio – sono le esatte parole di Palmegiani – non può entrare su una tipologia di calzatura fina, sfinata”. Insomma, detto e smentito. Significa che quelle nelle foto sono le scarpe dell’assassino o che la marca citata anche dallo stesso Sempio è quella indossata da chi ha ucciso Chiara Poggi il 13 agosto del 2007? Impossibile da sostenere e comunque troppo azzardato, visti anche tempi e date, ma di sicuro è sufficiente a dimostrare che uno dei cavalli di battaglia della difesa relativamente alle misure del piede di Sempio potrebbe finire smontato con pochissimi passaggi. E non è poco.
Solo che, mentre si insiste su fotografie, vecchi forum, misure al millimetro e “radiografie”, la radiografia vera andata in scena ieri sera a Zona Bianca è passata quasi inosservata. L’ha fatta Oscar Cedrangolo, intervistato proprio da Giuseppe Brindisi. E è stata una radiografia al sistema che c’era e che, forse, dopo Garlasco non potrà essere più lo stesso. L’ex PG della Cassazione che nel 2015 provò a fermare la condanna a sedici anni di Alberto Stasi non ci sta a passare per l’eroe solitario. Quando gli si parla di coraggio, devia il colpo: “Non si tratta di coraggio intellettuale, civile o professionale, ma puramente e semplicemente di personale esigenza di fare al meglio possibile il proprio lavoro”. C’è tutta la dignità di chi rifiuta il podio, una lezione psicologica a un’epoca che continua a cercarlo (il podio come i pulpiti) e insiste nel vivere di personalismi.
Il cuore del ragionamento? Sempre lo stesso: la pressione della comunità e il mostro della narrazione pubblica. “In queste aule non si giudicano gli imputati – aveva detto nella sua requisitoria - ma si giudicano le sentenze”. Quasi una premessa “per tentare di limitare quella perniciosa forma di spettacolarizzazione che spesso purtroppo investe alcune vicende processuali. Le investe, le mercifica, le sconvolge”. Dal punto di vista sociologico, l’intervista mandata in onda ieri sera da Zona Bianca è l'analisi perfetta di come il "sentimento popolare" – spesso alimentato dalla TV – finisca per inquinare la serenità. Delle persone. E quindi anche dei giudici. Si cerca il colpevole o l’innocente a furor di popolo. E “fanculo” alla logica. Per Cedrangolo, invece, la logica s’era inceppata sul primo dubbio: l'idea che Alberto Stasi avesse voluto simulare un incidente domestico? “Una solenne bufala, un vero e proprio travisamento processuale”. L'ex magistrato, però, ci tiene a ribadire che non cerca visibilità o rivincite. Ma, adesso che il tempo gli ha dato ragione, sente comunque solo il peso di una giustizia che ha fretta di chiudere i conti con l'ansia collettiva: “Amarezza per una detenzione in realtà provocata da una decisione non adeguatamente motivata”. Sì, è il giudizio sereno e severo di chi ha saputo guardare oltre il volere della "compagnia" e della piazza.