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24 marzo 2026

Dal taglio dei parlamentari alla riforma della giustizia vince sempre l'Italia dello slogan

  • di Michele Larosa Michele Larosa

24 marzo 2026

Cinque riforme e una sola lezione. Nell'Italia irriformabile a vincere è sempre la demagogia

Foto di: Ansa

Dal taglio dei parlamentari alla riforma della giustizia vince sempre l'Italia dello slogan

Cinque tentativi di riforma costituzionale tramite referendum. Tre falliti, due approvati, con un unico filo conduttore: andare contro. Contro lo Stato, contro la classe politica, contro il Governo. Contro Berlusconi, Renzi, Meloni. Una storia iniziata nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione proposta dal centrosinistra. Meno Stato centrale più Regioni, sull'onda di Mani Pulite, di Roma ladrona. In una riforma che oggi è stata unanimamente riconosciuta come un flop. La spinta dell'antipolitica continua nel 2022, con una riforma iniziata dal Conte I e finita con il Conte II che nella furia populista ha spazzato via da Camera e Senato 245 parlamentari. Meno ce ne sono meglio è no? Peccato che, dati alla mano secondo Milano Finanza, il taglio avrebbe generato zero risparmio dalle casse pubbliche. Nell'albo dei bocciati invece la tendenza è sempre la solita, al di là del contenuto della riforma: la mobilitazione di massa contro un leader. Berlusconi nel 2006, Renzi (secondo qualcuno il suo erede) dieci anni dopo nel 2016. Due riforme più profonde, complesse, abbattute dall'ascia del No, ma più contro chi le aveva proposte.

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Renzi dopo la sconfitta nel 2016 ANSA

Ora è successo di nuovo. Quattordici milioni di No alla riforma sulla giustizia. Un No che ha tante facce, un lato sinistro ma anche un lato destro, e che è già stato iperanalizzato. Il No della decantata “difesa della Costituzione”, ma anche quello contro il Governo Meloni, e non solo dall'opposizione. Fuoco amico, dai delusi degli scivoloni, della linea sull'Iran, dal prezzo della benzina. Un No che arriva da tantissimi giovani. Frutto di una propaganda aggressiva e a tratti mistificatoria portata avanti sui social, Instagram e TikTok in primis. Lo spauracchio fascista, la Costituzione immutabile, la magistratura sotto il Governo, distopie impossibili per la natura stessa della Costituzione. E l'errore del fronte del Sì? Appiattirsi a questi metodi, abbandonando il tentativo di spiegare una riforma complessa. Delegarlo a parrucconi per la maggior parte inascoltati. Professare piuttosto il “sistema para-mafioso” e il “plotone d'esecuzione”.

L'impressione è che, in un Paese ingovernabile e a quanto pare irriformabile, a vincere alla fine sia sempre e solo una cosa: la demagogia. Lo slogan, la propaganda semplice, alla pancia. L'appello a un malcontento dell'elettorato che nasce dal germe di Mani Pulite e che si è alimentato fino ad oggi. Meglio la benzina oggi che la giustizia domani, peccato che adesso non ci siano né l'una e né l'altra. E così, tra slogan e social, la politica perde di vista il futuro del Paese, lasciando cittadini disillusi (o illusi?) e istituzioni incapaci di guardare oltre l’istante. Allora ce lo meritiamo i politici che guardano alle prossime elezioni. Ci meritiamo tutto il populismo, la dittatura di una minoranza chiassosa che a volte riesce a sfondare, capace di compattarsi sempre contro ma mai pro. E così mentre tutti, a destra e sinistra, si piegano alla logica delle urla e dello slogan, l'Italia resta immobile.

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