L’illusione che la riapertura dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi — a diciannove anni dal sangue di via Pascoli e con un condannato in via definitiva che la sua pena l’ha quasi finita di scontare — nasca solo per regalare la verità alla memoria della vittima e una giustizia che sia giusta a Alberto Stasi, è roba per chi, molto nobilmente, crede alle favole. Chi conosce lo spessore e la storia di Fabio Napoleone e dei magistrati che lavorano con lui al caso sa benissimo che lo sguardo va ben oltre il corpo massacrato di Chiara Poggi, la vita strozzata di Alberto Stasi e i sospetti su Andrea Sempio. Ogni volta che lo scrivo o lo dico mi sento un cane e un cinico: tutto questo non è solo per stabilire chi abbia ucciso Chiara. E’, in modo molto più dirompente, per capire cosa sia successo per quasi un ventennio nei corridoi dei palazzi di giustizia lombardi. Si tratta di smantellare un sistema opaco. Mai chiarito. Avvelenato fin dal principio. E consolidato nel tempo.
Nelle pagine dell’informativa di chiusura indagini – che ormai è sulle mani di tutti – si dedicano righe e righe a contestualizzare quel quadro di sciatteria e scarsa trasparenza in cui presero forma le prime indagini del 2007 e poi la frettolosa inchiesta su Andrea Sempio nel 2017, archiviata con una sollecitudine che andava analizzata. I pm Napoleone e Civardi cercano il colpevole, certo, ma mirano in alto: unire i punti di un sistema di potere che va capito e raso al suolo (ammesso che sia ancora potente). E è esattamente qui che l’esposto di Stefania Cappa — o querela, le sfumature di forma contano zero — potrebbe diventare il più inatteso “aiuto da casa” per Napoleone e Civardi. Al di là dello scontro con l'avvocato Antonio De Rensis, al di là di chi abbia ragione sul presunto depistaggio o sulla presunta diffamazione, l'atto della cugina di Chiara mette per la prima volta in tutta questa storia nero su bianco un fatto: le date e i nomi indicati portano a una verità finora intuita ma mai fin qui concretamente dimostrata. E cioè che dentro la Procura di Vigevano e quella di Pavia c’era qualcuno che parlava in tempo reale. Qualcuno che faceva uscire informazioni mentre le carte si stavano ancora stampando. E che forse l’ha fatto anche nel 2017 e potrebbe averlo fatto anche dieci anni prima quando – per una qualche assurda ragione – sembrava si dovesse indagare per forza in una direzione sola. Sia chiaro: il punto non sono Gian Luigi Tizzoni o il consulente Paolo Reale, che semmai sono i destinatari finali. Il punto è la fonte che ha informato loro. La bocca di palazzo che giocava d’anticipo per condizionare il futuro.
Gian Luigi Tizzoni ha capito subito la bomba che gli stava esplodendo in mano. Si è affrettato a lanciare un comunicato per mescolare le carte, spostando indietro le date, tirando in ballo un fantomatico giornalista (è stato praticante di Lovati) e arrampicandosi sui messaggi degli anni dopo. Ma la cronologia della Cappa è scritta: l'asse di tutto è l'8 luglio 2022. Che Tizzoni sapesse prima o lo abbia scoperto dopo — salvo poi dimenticarsene davanti alle telecamere — non sposta di un millimetro la sostanza. Entrare nel merito della querela non serve. Quella è una bega e basta: in qualche modo si risolverà. Se De Rensis abbia diffamato, se Stefania Cappa (mai indagata prima e mai indagata adesso) sia stata imbottita di chiacchiere per farle credere a un complotto, o quali guerre personali ci siano sotto, importa meno di niente a chi firma questo pezzo (fermo restando che interessi, e tanto, anche in maniera sacrosanta, ai protagonisti). La bomba, enorme, è un’altra: l'8 luglio 2022, poche ore dopo il dictat di Napoleone e il via libera del procuratore aggiunto Venditti alla consegna a De Rensis dei CD audio con le intercettazioni del 2017 su Sempio, qualcuno corre ad avvertire la parte civile. E’ la prova che esisteva una linea diretta. Individuare quel qualcuno significa capire chi – per usare le parole di quel gran genio furbissimo di Massimo Lovati che solo gli stolti continuano a ritenere un vecchio avvinazzato – ha avvelenato i pozzi fin dal 2007. E, paradossalmente, se adesso c’è carburante in più nella ruspa che dovrà demolire “il sistema”, bisognerà ringraziare l'esposto di Stefania Cappa? Magari il suo “vi inc*lo tutti” significava proprio questo e anche quei titoli sulla pace fatta tra le Cappa e la Procura di Pavia dopo il 6 maggio potrebbero farlo supporre.
Quando poi Tizzoni chiama in causa maggio 2022 per dire che sapeva già dell'ingresso di De Rensis nel collegio di Stasi, ammette la presenza di una fuga di notizie e di una rete d'informazione consolidata tra ambienti giudiziari e mondo dell'informazione. La notizia non era la nomina di un avvocato. La notizia vera era che il nuovo Procuratore di Pavia, rilasciando gli audio del 2017, dimostrava nei fatti di voler riaprire il fascicolo. Facendo saltare i nervi. Dal 2022 tutti gli attori della vicenda sanno che la nuova inchiesta su Garlasco ripartirà da Sempio. È evidente che debba esistere un fascicolo d'indagine a latere rispetto a quello per omicidio. Se quel fascicolo non c'è, la matassa costruita in vent'anni non si sbroglia più. Nessun complotto internazionale, sia chiaro. È ridicolo pensare che dietro il delitto di Garlasco ci siano trame oscure, servizi segreti o assurdità così. La realtà è molto più paesana e miserabile: tutelare orticelli di reputazione individuale, conservare allure, difendere carriere, visibilità e posizioni professionali. Nessuno ha architettato un piano per proteggere a priori un colpevole (chiunque sia), ma forse in tanti hanno lavorato per trovarne uno a cui mettere i panni del colpevole e a cui infilare un paio di Frau a pallini mai trovate. E oggi quei tanti devono difendere “quel lavoraccio” con tutte le forze possibili, a più livelli, dentro un sistema, magari pure convincendo qualcuno di chissà quale nuova macchinazione per allargare il fronte. Quasi come ai tempi di Tangentopoli, o no?