Quindi aver collaborato con Le Iene rende meno seri e meno credibili? E’ quello che viene da chiedersi leggendo in giro i commenti alla notizia che la Procura della Repubblica di Pavia ha scelto Paolo Dal Checco per ulteriori accertamenti e analisi sui PC di Chiara Poggi e Alberto Stasi. Il curriculum parla chiaro, eppure è come se l’aver messo la propria professionalità a disposizione della redazione della trasmissione Mediaset rendesse Dal Checco e il lavoro che sta conducendo per la Procura già avvolti dalla nebbia. E’ la storia di Garlasco, signori, dove la nebbia evidente finisce ignorata e quella solo ipotizzata finisce analizzata prima ancora che cali davvero.
C’è chi sulla nomina di Dal Checco c’ha visto anche una mossa mediatica, senza rendersi conto che se è stata resa nota solo oggi è perché nei giorni scorsi è successo qualcosa che ha reso inevitabile che si venisse a sapere il nome del perito voluto dalla Procura. E’ noto, infatti, che la GIP, Daniela Garlaschelli, non ha accolto la richiesta di incidente probatorio sui pc di Alberto Stasi e Chiara Poggi avanzata dai legali di Andrea Sempio, motivando la decisione con la motivazione anche con il fatto che analisi e accertamenti su quei devices erano stati già disposti dalla procura stessa. E’ bastato, insomma, solo andare a guardare a chi ci si fosse rivolti e non è che qualcuno ha annunciato qualcosa. Ma pk così, è un dettaglio di cronaca giudiziaria e non serve neanche stare a commentare.
Non è stata una scelta neutra? Se a rendere la scelta “non neutra” è il fatto che il nome individuato sia quello di Paolo Dal Checco - informatico forense che negli anni ha collaborato a lungo con Le Iene, la trasmissione televisiva che più di ogni altra ha contribuito a riportare ciclicamente il delitto di Garlasco al centro del dibattito pubblico – stiamo andando oltre i soliti sospetti. Che oggi sia la stessa Procura a rivolgersi a una figura così riconoscibile, legata a un racconto mediatico preciso, basta a aprire interrogativi sul confine sempre più sottile tra inchiesta giudiziaria e pressione dell’opinione pubblica, soprattutto in un procedimento che ha già conosciuto una sentenza definitiva di condanna? Boh, a noi sembra pochino.
Nel frattempo, si riaccende anche una delle questioni più controverse del processo: quella dei pedali delle biciclette di Alberto Stasi. A intervenire (con una nota che pubblichiamo di seguito integralmente), rompendo un silenzio durato dieci anni, è Pierangelo Adinolfi, ingegnere e consulente tecnico della Procura generale di Milano nel processo d’appello bis, incaricato all’epoca di verificare il presunto scambio dei pedali tra la bici nera da donna e la Umberto Dei bordeaux e oro. Non un perito di parte, ma un perito nominato dalla pubblica accusa (che poi chiese di non condannare Stasi). Continuare a parlare di un fantomatico scambio di pedali, afferma Adinolfi in una lunga lettera, è una forma di “terrapiattismo giudiziario”. Secondo il consulente, gli accertamenti svolti escluderebbero categoricamente che Stasi abbia mai scambiato i pedali, un’ipotesi definita priva di riscontri oggettivi e in contrasto non solo con la logica, ma con i dati tecnici raccolti. Nella stessa sentenza di condanna della Cassazione, arrivata appunto dopo che il Procuratore Generale chiese di non condannare Stasi, si fa tuttavia riferimento a pedali dissonanti e a una possibile sostituzione. Insomma, oggi tocca ai computer, ieri erano le biciclette. Domani chissà!