Poi non dite che non ve l’avevamo detto: il no all’incidente probatorio sui PC di Chiara Poggi e Alberto Stasi chiesto dai legali di Andrea Sempio è tutto tranne un colpo di scena. Qualcuno potrebbe definirla una decisione chirurgica, di quelle che riportano il processo nel suo alveo naturale dopo settimane di rumore, ma la sostanza non cambierebbe: la gip di Pavia, Daniela Garlaschelli, ha respinto la richiesta perché, semplicemente, mancavano i presupposti giuridici e tecnici per anticipare una prova che la Procura ha già affidato a un proprio consulente. E che, comunque, può essere ripetibile in qualsiasi momento, visto che le copie forensi dei due devices ci sono. Non c’era urgenza, quindi. E non c’era irripetibilità. Poi, diciamolo chiaramente, non c’era nemmeno un vuoto investigativo da colmare.
Gli accertamenti informatici sono in corso, riguardano le stesse copie forensi e si concluderanno nei tempi ordinari. Accogliere un incidente probatorio, in questo contesto, avrebbe significato – come su MOW avevamo già spiegato - congelare l’indagine per oltre due mesi per inseguire un’ipotesi esplorativa legata a un movente tutto da dimostrare e già fragile, per non dire “disintegrabile”, nella sua costruzione logica. La giudice, stando a quanto riferisce la stampa, ha anche voluto ricordare che l’incidente probatorio è uno strumento eccezionale, non un passepartout per forzare l’ingresso nel processo. In estrema sintesi? Una decisione lineare, difficilmente attaccabile, che ridimensiona una strategia difensiva più mediatica che processuale e riporta il delitto di Garlasco su un piano di concretezza giudiziaria.
Concretezza e oggettività che sono state anche le key di quanto accaduto poche ore dopo nello studio di Ore14 Sera, dove il giudice Vitelli – quello che assolse Alberto Stasi in primo grado – capace di una lezione che ha zittito tutti. Anche nello stile oltre che nei contenuti. “Per me Garlasco era e è un caso paradigmatico di ragionevole dubbio – ha detto senza mai alzare la voce dentro un circo in cui, invece, ormai urlano tutti - Non significa essere convinti dell’innocenza di Stasi, significa non avere elementi sufficienti per condannarlo oltre ogni ragionevole dubbio”. Vitelli ha parlato di verifiche, di indizi che non si incastrano, di un processo che avrebbe dovuto mettere continuamente in discussione se stesso: “Il dubbio non è un punto di arrivo, è un metodo”.
Anche sul movente mai trovato e sempre e solo ipotizzato è stato diretto, spiegando che pure chi è giudice in mezzo a chi sa solo giudicare riesce ancora – almeno qualche volta – a tenere in considerazione la varietà umana. Lo ha fatto “a spese” della criminologa Anna Vagli, che insisteva sulla telefonata fatta da Stasi ai Carabinieri dopo aver trovato il cadavere della sua fidanzata. “Noi – ha tagliato corto il magistrato oggi autore di un libro proprio sul Delitto di Garlasco - non siamo dentro l’animo di Stasi”. E forse è qui la vera notizia: in questo Paese – anche mentre ci si divide sul sì o sul no al Referendum per la riforma della Giustizia –servirà sempre qualcuno che aiuti a non confondere fatti concreti, interpretazioni e emotività, ricordando che condannare non è convincersi, ma dimostrare. Quel “bisogna mettere sempre tutto in discussione, anche se stessi”, vale più di ogni valutazione. E vale per tutti davvero.
Insomma, sono sempre le distanze metodologiche a fare la differenza. E’ stato chiaro anche quando Giada Bocellari, legale di Alberto Stasi, ha chiesto di riportare la discussione sul terreno degli atti anche nel bel mezzo di qualcosa che ormai è più mediatico che giudiziario. Lo ha fatto, ad esempio, chiedendo con insistenza dove fosse provato, nero su bianco, lo scambio dei pedali della bicicletta, ipotizzato prima e poi dato per certo nella condanna, da parte di Alberto Stasi. Domande semplici, persino banali nella loro formulazione, ma proprio per questo difficili da eludere. Tanto che il generale Luciano Garofano – possiamo dirlo – ne è uscito questa volta con le ossa rotte, dovendosi limitare a rispondere allargando l’orizzonte, richiamando la logica investigativa, il senso complessivo delle sentenze, la “verosimiglianza” del DNA. Ma spostando, di fatto, il baricentro dal fatto dimostrato all’interpretazione e invocando la logica come chiave di lettura finale. Ma può essere abbastanza per tenere una persona in prigione per 16 anni? Signori, il ragionevole dubbio resta comunque.