Fine delle narrazioni funzionali: c’era niente di raccapricciante. Chi, giocando sul limite delle regole della TV, è riuscito ha avuto il coraggio di parlarne, approfittando del dopo mezzanotte, è stato Milo Infante a Ore 14 Sera, mostrando non certo le immagini, ma descrivendo con più minuzia di quanto non si fosse fatto fino a oggi cosa c’era davvero dentro la famosa “cartella militare” di Alberto Stasi. E’ bastato sfogliare, e spogliare da sovrastrutture retoriche e narrazioni tossiche e funzionali, il contenuto informatico del computer di Alberto Stasi per rendersi conto che non possono bastare quelle foto o quei filmati per definire un assassino. A meno che non ammettiamo di poterlo essere potenzialmente tutti.
Qualche frame di sesso esplicito, spezzoni di file che c’erano ma che lo stesso Stasi non aveva salvato o visionato e alla fine a nudo c’è rimasta solo una realtà oggettiva che stride violentemente con l’aggettivazione iperbolica utilizzata dalla Cassazione e per anni dalle parti civili e dai soliti giannizzeri del “Alberto Stasi è l’assassino”. Di raccapricciante, quindi, c’è la pervicacia con cui alcuni esperti, opinionisti e ex inquirenti poi consulenti, continuano a evocare scenari pedopornografici nonostante sentenze passate in giudicato e perizie tecniche asettiche. L'ingegner Roberto Porta, che esaminò il PC già nel primo grado, è stato lapidario: “Abbiamo esaminato tutti i contenuti, non c’era alcun contenuto di natura pedopornografica. Era importante capire se questi potessero avere un’evidenza nell’ambito dell’omicidio, in modo tale da capire se Chiara Poggi potesse avere visto qualcosa la sera prima. Su nessuno, compreso il computer della ragazza, c’erano contenuti pedopornografici”.Nonostante questa evidenza, la cronaca giudiziaria di questo caso continua a essere inquinata da chi confonde i "frame" tecnici – frammenti di file mai visualizzati né ricercati consapevolmente – con una fruizione reale. Lo stesso sessuologo Marco Rossi, analizzando il materiale, lo ha definito come il “normale giardino di un ragazzo di 24 anni”, privo di parafilie, con immagini “anche banali organizzate per categorie comuni”.
Eppure, si continua a difendere una sentenza di condanna della Cassazione che sembra poggiare su queste "suggestioni", mentre tutte le altre “suggestioni” sono condannate. O, peggio, querelate per il solo fatto di essere raccontate e riportate. Con Garlasco, signori, è morta pure l’onestà intellettuale di fronte a errori macroscopici, come la mancata valorizzazione di nuove impronte o lo scambio tra un "cellulare" e un "libro" dovuto a una trascrizione errata.
Quella condanna, inutile ormai negarlo da giannizzeri, è figlia di un’indagine che ha preferito la soggettività del disgusto, la monodirezionalità verso un colpevole stabilito all'oggettività del dato. Chi oggi continua a parlare di "raccapricciante" non fa un servizio alla memoria di Chiara Poggi e alla ricerca di una verità definitiva (che non nega la possibilità che a uccidere Chiara possa essere stato Alberto), ma alimenta una tossicità narrativa che impedisce di guardare verso altre direzioni. E che, inevitabilmente, alimenta suggestioni ulteriori, ipotesi anche assurde e coinvolgimenti di persone di cui, senza gli errori fatti nelle prime indagini, non si sarebbe neanche parlato. Con tanta “carta da querela” risparmiata.