Ve lo ricordate che a marzo si voterà per il referendum sulla riforma della giustizia? Bene, basta questo a far trovare pressoché impossibile la chiusura delle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi entro la scadenza naturale di questi giorni. Ok, c’è chi è pronto a sostenere che il procuratore Napoleone ha niente in mano, che la Procura di Pavia si barcamena nel niente e che pure a Brescia, dove stanno portando avanti una inchiesta ben più vasta (e “pericolosa”) si sta solo cercando di capire come barcamenarsi. Il punto, però, è un altro: l’attesa svolta, se anche dovesse esserci, non potrà arrivare prima della data del referendum. Non significa, sia inteso, voler alimentare il sospetto che ci si presti ai giochi della politica e meno che mai che si voglia far passare del tempo solo per il gusto di tenere tutti sulle spine. Semplicemente significa che si continuerà a lavorare (anche se ci auguriamo di essere smentiti) per costruire impianti accusatori più solidi o archiviazioni più argomentate, ma anche un po’ per opportunità. E’ innegabile, infatti, che Garlasco è, al momento, una delle parole più cercate in Italia su Google e è innegabile pure che nelle varie indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, coì come nei vari procedimenti, si sono fatti errori anche grossolani.
Insomma, la giustizia non ne esce benissimo a prescindere da come andranno a finire le nuove indagini (sia quella di Pavia sia quella di Brescia) e una proroga che sposti ogni decisione, qualunque sia, oltre la data del referendum piuttosto che prima potrebbe rappresentare – scusate la malizia – prima di tutto una mossa opportuna. Qualcosa di riconducibile a quella che un tempo veniva chiamata “ragion di Stato”. Ci starebbe e non sarebbe neanche sconvolgente, a patto che spostare significhi spostare e non far calare la nebbia in maniera definitiva. La domanda, intorno all’omicidio di Chiara Poggi, non è più “è stato Stasi, è stato Sempio o chi è stato?”, ma tutto l’assurdo che è successo nel tempo tra facilonerie, superficialità, errori, orrori e presunti depistaggi. Qualunque verità, nuova o confermata, dovesse venire fuori da Garlasco sarà un colpo duro per il sistema giustizia in Italia e difficilmente, quindi, anche l’indagine avviata dalla Procura di pavia si chiuderà nella scadenza naturale, senza la richiesta di una proroga che potrebbe spostare tutto all’estate del 2026. Insomma, la ragion di Stato, sia perdonata la battuta, verrà inevitabilmente prima della ragion di Stasi.
E’ innegabile, ad esempio, che la raccolta delle prove scientifiche fu segnata da ritardi, con rilievi effettuati con settimane di distanza, quando molte tracce si erano deteriorate o erano già perdute. Soprattutto, impronte insanguinate sulla maglietta della vittima, potenzialmente decisive, non vennero mai analizzate e finirono smarrite a causa di movimenti incauti. Gli errori procedurali si sono riverberati anche nelle analisi biologiche, tra interrogativi sempre rimasti, ignoti vari e contaminazioni inspiegabili. Altri elementi chiave — come computer, bici e scarpe di persone coinvolte — furono sequestrati tardivamente e analizzati in modo frammentario, senza copie forensi immediate, indebolendo la potenziale qualità delle evidenze digitali. Per non parlare, poi, della questione PC, sia di Alberto Stasi che di Chiara Poggi. Giustizia che, ai tempi, e nel tempo, ha fatto le sue “cappellate” – come qualcuno le ha chiamate – e che oggi potrebbero “inquinare” anche il dibattito sulla giustizia alla vigilia di un referendum.
Anche perché, e pure questo non si può negare, a Garlasco sono successe – e succedono – cose strane. E la riapertura del caso Poggi, così come l’inchiesta della procura di Brescia sul così detto sistema Pavia, potrebbero – e forse è quello che ci auguriamo tutti – scoperchiare tutto davvero, ben oltre la ricerca di un colpevole definitivo – vecchio o nuovo – per l’omicidio di Chiara Poggi. Lo fa pensare la sedimentazione di episodi che, nel tempo, hanno costruito un alone di mistero che ancora oggi avvolge le vie e le piazze di Garlasco, fino a estendersi a Pavia e Vigevano. Negli anni successivi al delitto, tra il 2010 e il 2016, la stampa ha raccolto una serie di suicidi descritti come “anomali”: un anziano (che forse sapeva qualcosa) trovato morto in circostanze cruente, giovani della zona scomparsi in modi che lasciavano aperti interrogativi, messaggi lasciati prima del gesto, legami di conoscenza locale che alcuni cronisti hanno cercato di intrecciare in filoni narrativi suggestivi. Tutto, sia chiaro, archiviato come suicidi autonomi, ribaditi dalle Procure, che non hanno mai trovato alcuna connessione diretta con la morte di Chiara. Nel racconto mediatico, queste storie continuano a riaffiorare, come se un filo invisibile tenesse insieme tragedie apparentemente scollegate. Accanto a questi episodi, ci sono anche storie di pedofilia e abusi sessuali documentati nei primi anni Duemila: denunce per detenzione di materiale pedopornografico, casi nei parchi della Lomellina, scandali legati ad ambienti religiosi e al Santuario della Madonna della Bozzola. Tutti reale. Tutto lì o lì intorno.
E ancora più in profondità nel passato, negli anni ’90, c’era stato il presunto ritrovamento a Garlasco, nell’abitazione di Giorgio Comerio, di un documento relativo alla morte di Ilaria Alpi: non un certificato ufficiale, solo un dispaccio giornalistico, eppure sufficiente a alimentare suggestioni che forse suggestioni non sono. Oggi, tra Pavia e Vigevano, inoltre, ci sono ben sette logge massoniche regolari, note e discretamente attive, che comunque testimoniano un radicamento culturale antico, un tessuto sociale che mescola riservatezza, scambio di idee e influenza silenziosa, quasi a ricordare che anche l’ordinario, in questa provincia, può celare trame troppo complesse. Normale e anomalo che si confondo. E più misteri di quanti la storia riesca a risolverne, soprattutto in un momento in cui il “sistema giustizia” è già in discussione di suo. Eh sì, questa volta l’incubo l’abbiamo fatto noi, ma speriamo che basterà una proroga.