Nel lessico secco della Cassazione c’è una formula impietosa: “rigetto totale”. E è esattamente con queste due parole che la Suprema Corte ha chiuso il fronte più delicato del capitolo giudiziario parallelo al delitto di Garlasco e al presunto “sistema Pavia”. I dispositivi elettronici dell’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, non si toccano. Telefoni, pc, tablet, hard disk e chiavette restano fuori dall’indagine. Più chiaramente? Nessun sequestro. Nessuna acquisizione. Nessuna possibilità di scandagliare retroattivamente la storia digitale dell’ex magistrato finito, dopo la pensione, a dirigere casinò.
La sesta sezione penale ha infatti respinto il ricorso della Procura di Brescia contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame che, lo scorso 17 novembre, aveva già annullato per la seconda volta il decreto di sequestro disposto dai pm. Una bocciatura netta. E una vittoria altrettanto netta per l’avvocato Domenico Ajello - che assiste anche Alfonso Signorini nel caso scoppiato dopo le accuse lanciate da Fabrizio Corona – che aveva contestato il sequestro perché considerato troppo largo, dal perimetro indefinito, caratterizzato dall’assenza di parole chiave e indirizzato a indagare su arco temporale giudicato sproporzionato. Undici anni di dati personali e professionali considerati un terreno esplorativo non compatibile con le garanzie previste dall’ordinamento.
Il cuore della contestazione, per i giudici, è quindi sostanziale. L’ipotesi di corruzione in atti giudiziari – quella dei presunti “20-30mila euro” che Giuseppe Sempio avrebbe versato per ottenere l’archiviazione della posizione del figlio Andrea nel 2017 – non giustificherebbe, secondo quella Cassazione che da molti è definita “il porto delle nebbie”, una perquisizione indiscriminata dell’intero patrimonio informatico di un ex magistrato. Insomma, non basta invocare esigenze investigative generiche se manca una selezione preventiva e mirata dei dati rilevanti. È, di fatto, lo stesso nodo già evidenziato dal Riesame: senza indicazioni precise su cosa cercare e perché, il sequestro diventa una sorta di pesca a strascico nella vita privata dell’indagato.
La decisione, però, ha un peso che va oltre il singolo sequestro. Perché nel fascicolo bresciano, intrecciato a quello sul cosiddetto “sistema Pavia” chiamato “Clean”, i dispositivi digitali rappresentavano qualcosa di troppo importante per tentare di dare corpo all’accusa. Non un dettaglio, se si considera che i giudici del Riesame avevano già ordinato la restituzione non solo dei beni sequestrati, ma anche di eventuali dati già estrapolati. Come e in che misura questa decisione influirà sulle nuove indagini su Andrea Sempio? Da un punto di vista formale influirà zero. Sul piano umano, inutile negarlo, potrebbe essere una brutta bastonata per il pm Napoleone, che ha riaperto l’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi. Perché la Cassazione ha, di fatto, ribadito un principio: il sospetto, da solo, non legittima nulla. In verità non dovrebbe legittimare nemmeno condanne granitiche, ma in questo momento sembra un dettaglio. Signori, è un segnale preciso e chi non ce lo vede è un bugiardo.