Non tutte le teorie che poggiano su fatti concreti hanno la forza di stare in piedi. E’ la grande regola che in troppi, intorno al gran parlare che si fa sulle indagini per il delitto di Garlasco, sembrano aver dimenticato. Con il risultato, però, di generare una confusione che, poi, rischia di fare male alle indagini stesse. Perché ogni nuova informazione, ogni piccolo passo nelle indagini, se filtrato male e usato a fondamento per ogni tipo di follia che i legge sui social, apre scenari che allontanano dalla verità mentre si crede di essersi avvicinati. A volte per errore, e su Garlasco se ne sono fatti tanti da far venire ben più di un dubbio. A volte, però, per interpretazioni distorte. È il caso degli ultimi sviluppi, tra i capelli trovati nelle mani di Chiara Poggi e la recente diffusione di intercettazioni che riguardano Stefania Cappa. Fatti concreti. Anche ben narrati. Ma sopra ai quali si sta dicendo di tutto.
Nel primo caso, i capelli, quella che è stata una dichiarazione del genetista Fabbri, ospite a Mattino 5, è stata travisata in modo grossolano. Fino a arrivare a sostenere, sempre sui social, che il genetista Fabbri ha detto che nelle mani di Chiara poggi c’erano i capelli del fratello Marco. Signori, non scherziamo. Ciò che Fabbri ha detto è altro: il capello rinvenuto con ancora il bulbo è di Chiara Poggi, quelli rinvenuti spezzati, quindi senza bulbo, sono riconducibili alla linea materna di Chiara Poggi. E’ una dichiarazione importante e che ha un suo peso già così. Costruirci sopra di tutto, invece, è follia. L’osservazione scientifica del genetista, semmai, non ha escluso la possibilità che quei capelli potessero appartenere a Marco Poggi o alla stesa Chiara. Il resto deve, come giustamente ricordato, essere oggetto di indagini più tradizionali. Ma è chiaro che a molti, in un gioco di speculazioni e mediatiche verità parziali, è stato più semplice trovare una "pista" pronta a essere seguita, anche senza prove. Solo che poi si rischia di fare gli stessi madornali errori già fatti con Alberto Stasi.
Gli scarti in avanti con le interpretazioni rispetto a fatti certi, in queste ore, si sono visti anche con le intercettazioni tra Stefania Cappa, la coinquilina Chiara, e un’altra amica pubblicate dal settimanale Giallo. La notizia c’è. E il diritto di cronaca è sacrosanto sempre. Il problema, ancora una volta, è tutto quello che poi c’è stato costruito sopra soprattutto sui social. Nell’intercettazione con la coinquilina, Stefania Cappa dice “porta la roba”. Poi, alla richiesta di chiarimento, la stessa Stefania spiega, ridendo, “i libri”. Poi lo ripete ancora: “i libri”. Linguaggio in codice o no non si può sapere. Anche perché in un’altra intercettazione con un’altra amica, la stessa Stefania racconta di essersi arrabbiata con la coinquilina imponendole di non portare droga in casa. I fatti inconfutabili sono questi. Aggiungere sopra qualunque cosa è solo pericoloso.
Nessuno vuole fare l’avvocato di Stefania Cappa, ma se c’è di mezzo – e vale anche per Marco Poggi- non può essere la suggestione a stabilirlo. Non chi racconta. E nemmeno di commenta. I social non sono procure e nemmeno tribunali, ma generano spesso le medesime conseguenze. Altrimenti gli errori non sono più solo procedurali (e sono stati tantissimi e clamorosi), ma anche culturali e sociali. Le sfere, insomma, che dovrebbero attenere a chi magistrato o inquirente non è. Un certo tipo di discorsi, per quanto accattivanti e magari anche non del tutto distanti dal vero, alimenta la diffusione di teorie che non hanno nulla a che vedere con la necessità di una verità, ma che sono schiave delle emozioni, dei condizionamenti mediatici, e delle illazioni.