“Non riesco a capacitarmi del movente sessuale”. Dice Andrea Sempio, oggi trentottenne, di nuovo dentro il vortice giudiziario che da quasi vent’anni continua a risucchiare nomi, sospetti e fantasmi. Garlasco non è più soltanto un caso di cronaca nera, è diventato una sorta di liturgia nazionale del dubbio, una processione civile attorno a una verità che sembra sempre a un passo e mai davvero afferrabile. Questa volta, però, la Procura di Pavia riapre il fascicolo e inserisce un’ipotesi nuova. Andrea Sempio l’avrebbe ammazzata da solo a Chiara Poggi, con possibile movente sessuale. Sempio ha respinto l’accusa. Non solo nega il movente, ma sembra quasi non comprenderne la logica. “Ma se io non avevo rapporti con questa ragazza, rapporti nel senso sociale, non si capisce da dove deducano un movente sessuale”, avrebbe spiegato ai suoi legali Angela Taccia e Liborio Cataliotti. Garlasco è il luogo dove le narrazioni hanno sempre avuto più forza delle prove. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni, e la Cassazione ha scritto nero su bianco che era colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”. Eppure troppi passaggi opachi, troppe indagini contraddittorie.
Come riassume correttamente Giovanna Trinchella sul Fatto Quotidiano, dall’incidente probatorio, ad ogni modo, il dna di Sempio non sembra fornire quella svolta che molti si aspettavano. Sui resti della colazione ci sono solo le tracce di Stasi e Chiara Poggi. Le tracce biologiche sotto le unghie della vittima, che per anni sono state raccontate come la possibile chiave definitiva, non hanno “nessuna certezza d’identificazione”, pur mostrando – come ha spiegato la perita – una compatibilità con la famiglia Sempio. Ma attenzione: Andrea frequentava quella casa, usava il computer di Chiara, era amico del fratello Marco. E allora cosa resta? Gli attrezzi trovati in un canale e poi spariti dal radar investigativo. Lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Le intercettazioni. Le suggestioni e una nuova aggravante: la crudeltà. Ed è qui che persino la difesa si dice “basita”. Perché non era stata contestata neppure a Stasi. Le ferite sono le stesse di diciannove anni fa, il corpo non è cambiato, la scena del crimine nemmeno. E allora perché oggi quella crudeltà emerge come aggravante giuridica? Perché ora sì e prima no? Significa ridisegnare il killer, attribuirgli una ferocia diversa, una volontà ulteriore, una firma psicologica. Se cambia il mostro cambia anche tutta la storia.
La difesa aspetta gli atti. Senza quello, dicono, l’imputazione resta elastica, provvisoria. Intanto, sullo sfondo, anche la famiglia Poggi guarda con freddezza questa nuova impostazione accusatoria. Il consulente Dario Redaelli mette in dubbio la ricostruzione della dinamica: il corpo spinto sulle scale? Ma sui primi gradini ci sono solo gocciolature, non segni di trascinamento. I colpi violentissimi? E allora perché lungo le scale non ci sono tracce compatibili con il brandeggio dell’arma? È la solita Garlasco, una storia senza fine, ma a cui a un certo punto andrà comunque messo un finale.