La scena è questa: è il 12 agosto del 2007, Chiara e Alberto erano insieme nella villetta di via Pascoli quando si accorgono che sta per arrivare un temporale. Alberto, allora, decide di fare una volata a casa sua, per mettere al sicuro il cane. Il suo PC resta sul tavolo. Chiara lo apre e, in quella manciata di minuti, guarda qualcosa: le foto scattate insieme a Londra e altre di cuccioli. Ma restano cinque minuti e poco più di vuoto tra l’ultima foto di un cucciolo visualizzata e il ritorno di Alberto. Ecco, quei cinque minuti e poco più hanno rappresentato, per anni, il mistero di Chiara Poggi. Il motivo della sua morte.
La sentenza di condanna pronunciata dalla Cassazione nei confronti di Alberto Stasi non lo dice chiaramente, ma quello che s’è sempre voluto intendere, o lasciato intendere, è che proprio in quei cinque minuti e poco più Chiara avesse visto cosa c’era dentro l’ormai famosa cartella “militare”. Quella che conteneva, per intenderci, i circa 7000 file, tra foto e video, di pornografia adulta (non pedopornografia come s’era detto e come s’è sostenuto anche in un procedimento parallelo). Per molti e per anni, quello è stato il movente: Chiara in quei cinque minuti avrebbe conosciuto le “perversioni” (o parafilie, come qualcuno le ha definite) di Alberto che per questo motivo, al suo ritorno, avrebbe litigato con lei fino a ucciderla la mattina successiva. Niente di dimostrabile, sia inteso. Ma qualcosa che, più o meno velatamente, s’è sempre sostenuto. E che è stato in qualche modo fondante.
Solo che adesso, a distanza di 18 anni, si scopre che non era vero niente. E che, anzi, in quei cinque minuti e poco più, Chiara s’era messa a rileggere la testi che Alberto stava scrivendo. Forse per aiutarlo alla ricerca di un qualche refuso. Forse, semplicemente, per l’orgoglio di una fidanzata che in quella tesi del ragazzo che amava e che stava per laurearsi alla Bocconi, ritrovava le emozioni di quanto, poco prima, a laurearsi era stata lei. E magari ci vedeva pure un po’ di futuro che si poteva cominciare a costruire davvero ora che i percorsi di studio di entrambi erano conclusi. Insomma: Chiara Poggi, quella sera, non ha aperto la cartella “militare”.
Lo hanno svelato in anteprima a zona bianca i periti Porta e Occhetti, quelli che per primi, già nel 2007, misero le mani sul PC di Alberto Stasi su incarico dell’allora giudice Vitelli. Solo che all’epoca non c’erano gli strumenti per studiare ogni apertura di quel device e su quei cinque minuti era rimasto il mistero dentro cui, poi, negli anni l’accusa ha fondato le sue ricostruzioni. Oggi, invece, gli strumenti ci sono. Anzi, a dire il vero ci sono da qualche anno e proprio i due periti – anche se ora non hanno più incarichi formali – sono tornati a studiare sopra a quel PC, svelando cosa ha fatto davvero Chiara Poggi in quei cinque minuti. Rivelando pure che ciò che hanno scoperto loro avrebbero potuto tranquillamente scoprirlo anche tutti quelli che, invece, gli incarichi formali li hanno ancora o non hanno mai smesso di averli.
Il punto, però, è che invece di ragionare sul nuovo dettaglio, invece di interrogarsi su quali altri scenari potrebbero aprirsi alla luce di quanto rilevato, il tema è diventato subito un altro: che diritto avevano quei due e a che titolo sono andati a scoficchiare dentro relazioni e copie forensi che non dovrebbero avere. Sì, c’è davvero chi è arrivato a chiedersi questo, ignorando totalmente la sostanza di quanto emerso. E ignorando pure che il materiale consultato era comunque a disposizione. Insomma, nessuno s’è nascostamente o subdolamente tenuto niente per ficcarci il naso. E’ tutta roba consultabile anche per semplici motivi di studio. Come se non bastasse il motivo della ricerca della verità. Interessa davvero a qualcuno scoprire chi ha ucciso Chiara Poggi? Oppure, come ha detto un certo Andrea Sempio, ormai è solo questione di becere tifoserie? A chiunque scopre qualcosa in più – a prescindere da quanto e come potrà tornare utile - andrebbe detto “grazie” piuttosto che “perché”.