Sul delitto di Garlasco s’è detto di tutto. Tranne quello che non si può dire. S’è capito anche ieri sera, durante l’ultima puntata di Zona Bianca, con Alessandro De Giuseppe, “la iena” che ormai da nove anni segue le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, che ha potuto raccontare solo un po’ di tutto quello che ha ascoltato in questi anni, limitandosi a lasciar intendere, invece, quello che proprio non si può ancora dire. Ok, c’è di mezzo un servizio delle iene prima annunciato e poi mai mandato in onda, ma ormai non si tratta più solo di quello. Non si tratta più solo della “frustrazione” comprensibile di un giornalista che è arrivato prima, di più e meglio sulle notizie e che, oggi, si vede “fermato” da una richiesta dell’ufficio legale di Mediaset e dalla necessità di far muovere, prima, la procura di Pavia rispetto a quello che ha scoperto. C’è altro. C’è di più. C’è qualcosa di enorme che costringe, addirittura, a muovere la bocca per lasciar capire, ma senza dire. Un nome. Uno, purtroppo, dei tanti. Inutile stare a ripetere, ma pubblichiamo qui il frame di quel video e ognuno legga il nome che vuole leggere.
La questione, invece, è un’altra e ormai è chiarissima. Intorno alle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi è successo di tutto in questi anni. C’è un innocente in carcere che ha pagato per tutti? Difficile dirlo. E pure ingiusto rispetto a una sentenza che comunque c’è. Ma sarebbe ingiusto pure affermare che quella sentenza – con una richiesta dello stesso procuratore generale che andava in direzione contraria – sia stata scolpita sulla pietra oltre ogni ragionevole dubbio. Anzi: più tempo passa e più i dubbi si moltiplicano. Fino a arrivare chiedersi – con tanto di imbarazzo persino di consulenti e genetisti che non stanno certo dalla parte di Alberto Stasi – come 2,5 grammi di DNA pulitissimo possano essere finiti sui pedali di una bicicletta. Un tema, questo, che De Giuseppe – come su MOW avevamo già raccontato – aveva affrontato già qualche giorno fa. Questa volta, però, aggiungendo di più senza aggiungerlo, ma lasciando che gli si leggesse sulle labbra. “C’era stata una telefonata – ha raccontato – che chiedeva di dare qualcosa per incastrare Stasi”.
Di personaggi assurdi, anche poco credibili, intorno a Garlasco ne sono spuntati tanti. Ma Alessandro De Giuseppe è un professionista vero che, tra l’altro, “indossa una uniforme”, visto che comunque rappresenta, nel suo ruolo, le iene e in qualche modo anche Mediaset. Se è arrivato a sbilanciarsi così. Se è arrivato a metterci la faccia e rischiare in questo modo, evidentemente, di marcio ne ha visto tanto. E lo ha pure documentato. Il fatto che, pur contenendosi come lui stesso ha ammesso, apra così tanto il gas proprio adesso, poi, può significare una cosa sola: sta per venire giù tutto.
Non sui nomi di quelli (De Giuseppe ha sempre parlato al plurale) che hanno ucciso Chiara Poggi, ma sul sistema di potere malato, e deviato, che ha governato Garlasco, la Lomellina e chissà cosa altro nei decenni scorsi. Roba che avrebbe coinvolto tutti. Tutti davvero. Anche quelli che, per ruolo e per formazione, si fa fatica a immaginarli dalla parte dei cattivi, per dirla con termini semplicistici. L’inchiesta della Procura di Pavia, dei magistrati Napoleone e Civardi, ormai è chiaro anche a chi non vuole proprio capirlo, potrebbe fare definitivamente luce su una pagina devastante della storia d’Italia recente, con Alberto Stasi, Andrea Sempio, la stessa Chiara Poggi, che, a questo punto, sono solo “comparse” di una storia raccapricciante. Forse gli incubi di Lovati erano poco.