Intangibilità artificiale. Chi fa il mestiere del raccontare ha bisogno della sintesi, ma il problema, adesso, è che si raccontano anche le indagini e i processi, non più solo da quelli che per mestiere “raccontano”, ma pure da quelli che per mestiere dovrebbero “fare” (le indagini) o celebrare (i processi). E “intangibilità artificiale”, dispiace dirlo, non è più solo il titolo che vale una sintesi giornalistica, ma la descrizione perfetta di tutto quello che sta succedendo intorno alle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. C’è un condannato con sentenza passata in giudicato, ma senza “l’oltre ragionevole dubbio”, c’è un nuovo indagato che ha già ricevuto la dovuta notifica e, poi, c’è una schiera di non indagati che potrebbero esserlo o no. Ma cambierà poco. Perché mentre una Procura della Repubblica (in questo caso due, quella di Pavia e quella di Brescia) lavora nel dovuto silenzio, le parti si scatenano in tv, su youtube, sulle pagine dei giornali. E, tristemente, suii social. Solo che se è il gioco dei media che vale per il pubblico, lo stesso gioco non dovrebbe valere, mai, per le parti. E invece in queste ore, forse proprio per distogliere l’attenzione da “nuove rivelazioni su nuovi non indagati”, scopriamo che oggetti sottratti alla catena di custodia sono stati fatti analizzare, scene del crimine sono state riviste e riscritte in tre o quattro giorni. Verso la verità? No, verso processi veri da non celebrare per poter continuare a raccontare quelli finti. Come se non ci fosse di mezzo una ragazza morta ammazzata. Come se non ci fosse di mezzo un ragazzo che è in galera da oltre dieci anni senza aver fugato tutti i dubbi sulla sua effettiva colpevolezza. Come se non ce ne fosse un altro, di ragazzo, che s’è visto mettere in stand by l’esistenza. E come se, purtroppo, della verità fino in fondo non fregasse niente a nessuno. Nemmeno a chi – sicuramente fidandosi e affidandosi – il dovere della verità dovrebbe averlo annaffiato in questi anni con tutte le lacrime che ha dovuto versare.
Premessa lunga? Sì, lunghissima. Ma l’irruzione sulla scena dei nuovi consulenti della famiglia Poggi va spiegata. Così come va spiegata, la (non)verità sulla nuova notizia del giorno, data addirittura dal TG1: un consulente della famiglia Poggi dice che l’aggressione a Chiara Poggi è iniziata in cucina, esattamente dove stava il brick dell’Estathè su cui è stato ritrovato DNA di Alberto Stasi. Manca solo, visto che nessuno ha mai trovato la vera arma del delitto, che si arrivi a dire che Alberto Stasi ha ucciso Chiara Poggi proprio ferendola mortalmente con la cannuccia dell’Estathè. Tanto, ormai, vale tutto. Attenzione, però, perché vale di qua come vale di là. I buoni e i cattivi non ci sono. Quello che c’è, invece, è un gioco che comincia a fare schifo e a cui si stanno prestando tutti. Tutti davvero. E a fare ancora più schifo c’è una domanda: perché tante novità proprio quando si parla anche di altro oltre la crocifissione, ormai già messa in conto da tutti, di Alberto Stasi e di Andrea Sempio? Sì, anche di Andrea Sempio, che comunque, fino a prova contraria e con tutte le cautele doverose quando si parla di un indagato, al momento è “vittima” di questo gioco maledetto.
Un gioco si arriva a far credere all’opinione pubblica che persino una sentenza passata in giudicato può essere aggiornata. Certe sentenze non si aggiornano. O si confermano, o si annullano attraverso la revisione. E, anche se è una faccenda meramente tecnica difficile da spiegare, l’indagine riaperta dalla Procura di Pavia non c’entra niente con l’eventuale revisione della sentenza per Stasi. Alla narrazione, però, conviene far credere che tutto sia mescolabile. Per anni quella sentenza – chiaramente dalla parte di coloro che ritengono Stasi colpevole – è stata considerata una sorta di verità rivelata, impermeabile a qualsiasi interrogativo razionale. Solo che adesso, coloro che per anni hanno difeso quella ricostruzione come definitiva la rimaneggiano. Provano a piegarla. La integrano con elementi nuovi e contraddittori, arrivando di fatto a smentirla dall’interno. Cambia il luogo dell’aggressione, si modifica il movente, si introducono gesti accessori che prima non esistevano, come se la struttura originaria non fosse più in grado di sostenere il peso delle evidenze emerse. E’ un autogol? Probabilmente sì, ma ormai su Garlasco vale tutto, tranne il peso specifico del vero che si dovrebbe cercare, costi quel che costi e faccia emergere tutto quello che potrebbe esserci da fare emergere. Non è una novità che si è arrivati persino a dire, venuta meno la storia dei pornazzi, che Stasi potrebbe essersi arrabbiato proprio perché Chiara gli avrebbe “corretto” la tesi, dopo che la stessa Chiara, come da documenti agli atti, aveva detto di essere rimasta a Garlasco proprio per aiutare il fidanzato in pieno “delirio tesi”.
Risultato? Secondo la nuova narrazione proposta, supportata da accertamenti che non potranno mai essere prodotti in aula, Alberto Stasi in 23 minuti avrebbe: suonato il campanello, discusso con Chiara sorseggiando un Estathè, aggredito Chiara fino a ucciderla facendo il giro della casa prima trascinando il corpo e poi da solo, si sarebbe lavato in bagno, avrebbe dato una ripulita alla bella e meglio e, poi, sarebbe rientrato a casa sua. Dove poi, dopo essersi guardato dei pornazzi per qualche minuto, s’è messo a scrivere la tesi. Prendiamo in prestito una domanda, ormai celebre, del giudice Vitelli (quello che in primo grado assolse Alberto Stasi): “ma lo sentite quanto è ragionevole dubitare?” La pretesa di rendere tutto compatibile finisce per trasformare la ricostruzione in un esercizio di acrobatica narrativa. E, oggettivamente, è un insulto al popolo italiano in nome del quale i celebrano i processi e si fanno le sentenze. Non significa, sia inteso, che Alberto Stasi è innocente. Non sta certo a noi dirlo, come non sta a noi dire se lo è Andrea Sempio o se sono coinvolti in qualche modo tutti i “non indagati” di cui si è cominciato a parlare prima che ci si mettesse a parlare d’altro, tra nuove consulenze e copioni riscritti.
E’ un’operazione di distrazione che non mira a chiarire, ma a saturare lo spazio pubblico, a generare confusione, a mescolare piani diversi fino a renderli indistinguibili? Ciò che viene presentato come approfondimento è spesso mera amplificazione, e ciò che è consulenza viene elevato, per convenienza narrativa, al rango di verità tecnica definitiva. Il risultato? Verità sempre più lontana. Il diritto, però, non si costruisce per accumulo di apparizioni televisive, né la revisione di una sentenza si ottiene o si scongiura. Soprattutto quando i racconti sono strutturalmente deboli. Il paradosso, signori, è inquietante: si teme il luogo in cui la giustizia si esercita davvero, preferendo il terreno ambiguo della narrazione permanente. E narrare, attenzione, è ben diverso dal raccontare. La cronaca è racconto, mai narrazione. Altrimenti il sospetto diventa più utile dell’accertamento e persino l’accertamento viene definito così quando “accertamento” non può esserlo per legge. Cosa ci si dimentica? Ci si dimentica che i fatti hanno un pregio e contestualmente un difetto: tendono a riaffiorare. E c’è poco da agitarsi se si ha davvero a cuore la verità.