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14 gennaio 2026

Abbiamo vinto. Il sottosegretario Barbaro ci aveva denunciato ma il tribunale ci ha dato ragione. E questo è l’unico modo di fare questo lavoro

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

14 gennaio 2026

Un articolo, una denuncia per diffamazione e, dopo un anno, la sentenza del Tribunale che ci dà ragione su tutta la linea. Il sottosegretario all’ambiente ci aveva querelato ma siamo andati a processo. Cosa è successo, come è andata e perché c’è solo un modo di fare questo lavoro. Continuando a dare fastidio

Foto: Ansa

Abbiamo vinto. Il sottosegretario Barbaro ci aveva denunciato ma il tribunale ci ha dato ragione. E questo è l’unico modo di fare questo lavoro

Ha già detto tutto Alessio Mannino, il giornalista che firmò l’articolo finito a processo. “Quando si portano in tribunale giornalisti che per buona grazia è d'uso chiamare freelance, e che sono poi l'esercito di leva volontaria di un settore in cui pochi pasteggiano a vino buono alla tavola di poteri di variabile grandezza, significa mettere in pericolo non la loro fedina, che resta pulita visto che il penale non viene toccato, ma le loro sostanze, e, conseguentemente, la voglia di fare questo mestiere bellissimo e ingrato”. In tribunale ci ha portato Claudio Barbaro. Sottosegretario all’ambiente di questo governo. Uomo di Fratelli d’Italia. Nel 2023, su MOW, Mannino pubblicò un articolo molto complicato, non solo perché il tema era pesante ma perché si entrava nel campo della critica politica, a viso scoperto, di un’area politica in ascesa, la stessa che pochi mesi prima aveva vinto le elezioni nazionali. Il titolo era questo: “Con i meloniani al potere Carminati si (ri)prende Roma? Repubblica si dimentica il più importante”. 

Prima di tutto: andatevi a leggere il pezzo. Non solo perché, ve lo anticipiamo subito, abbiamo vinto la causa, ma perché è un gran pezzo e, ora, fa parte della storia di MOW. Perché su questo articolo si è giocata una delle cause che il nostro giornale si è trovato ad affrontare negli ultimi anni. Nel pezzo si faceva riferimento a un servizio di Report del 2023 su alcuni fatti avvenuti nel 2010. Nel 2023 la destra si era presa tutto. Pochi mesi prima (nel 2022), il Paese e poi a cascata Roma e la Regione Lazio. Ma quali erano le ricadute? Simboliche, storiche, culturali. E quando si parla di Roma, soprattutto se si parla di estrema destra, non si può non nominare Massimo Carminati, il “Ciecato”, ma anche il “Nero”, membro della banda della Magliana e figura centrale in decadi di storia giudiziaria italiana. A scriverne per primo fu Lirio Abbate su Repubblica, che tentò di mappare lo scenario capitolino di figure che in qualche modo erano legati al Nero. Tra queste c’era Luigi Ciavardini, ex Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari) condannato in via definitiva per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. 

L'articolo di Alessio Mannino uscito nel 2023 che ci ha portato a processo
L'articolo di Alessio Mannino uscito nel 2023 che ci ha fatto andare a processo

È questo nome che, nel servizio di Report, portava nella storia Barbaro. Nel servizio di Rai 3, infatti, si sosteneva che Barbaro avesse assunto, quando era ancora presidente dell’Asi, Ciavardini come archivista e centralinista nel 2010, lo stesso anno in cui i Ros dei Carabinieri iniziarono a lavorare su una segnalazione, quella che ipotizzava una associazione a delinquere finalizzata alla rapina per autofinanziamento di alcune figure dell’estrema destra romana. E tra i nomi comparire anche quello di Ciavardini. Per questo Report provò a contattare Barbaro che, come riportato nel nostro articolo, si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda. Da qui la critica di Mannino: può un sottosegretario del governo rifiutarsi di rispondere alle domande su un tema tanto pesante? È una questione di costume, di Politica con la “p” maiuscola e, dunque, di rappresentanza. E la critica di Mannino si limitava a questo. Ripeto. Leggete quel pezzo.

Per questo commento, per questa critica, abbiamo subito una causa per diffamazione. Una causa che abbiamo vinto perché rispettava i tre vincoli fondamentali di un giornalista in Italia: la veridicità dei fatti, la continenza espositiva e l’interesse pubblico. La sentenza è arrivata dopo un anno dalla denuncia e a due anni dall’articolo. Due anni in cui MOW ha continuato a lavorare, così come Alessio Mannino, facendo quello che Mannino stesso ha rivendicato di fare: un “onesto, magari silenzioso, sempre discutibile e, tuttavia, direi, indispensabile, lavoro di mediatori (‘media’) in un’epoca di improvvisazione e dilettantismo generalizzati”. E questo è l'unico modo di fare questo lavoro. 

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