Abbiamo aspettato, senza scrivere mezza riga. Poi, però, non ce l’abbiamo fatta a stare zitti rispetto all’interessato buonismo di facciata che non si ferma mai. Nemmeno davanti al dramma. L’avvocato di Andrea Sempio, Liborio Cataliotti, ha annunciato che la signora Daniela Ferrari, mamma di Andrea Sempio, è stata ricoverata per una overdose di farmaci. Lo ha fatto in diretta, con un collegamento dal treno (quindi pure scomodo) durante la trasmissione pomeridiana di Gianluigi Nuzzi. Ha raccontato di aver appreso del gesto mentre era in Cassazione (era il giorno dell’udienza slittata sull’ergastolo per lo zio di Saman) ribadendo di non sapere se l’assunzione di farmaci era stata accidentale o volontaria. Da lì è stato un aggiornamento continuo, con lo stesso legale, supportato dalla collega Angela Taccia, che ha prima confermato che s’è trattato di un tentato suicidio volontario e, poi, ha anche fatto sapere, questa volta direttamente per voce di Angela Taccia, che la signora Ferrari è ricoverata in psichiatria dopo il ricovero in terapia intensiva.
Insomma, s’è detto tutto quello che non si poteva dire. O che si poteva evitare. I dati sanitari sono la proiezione digitale della nostra intimità più profonda, e sia la normativa europea (articolo 9 del GDPR) che la legge italiana li considerano un nucleo centrale da difendere. L'articolo 2-septies del Codice della Privacy prevede infatti rigidissime misure di garanzia stabilite dal Garante. Sarebbe bastato dire che la signora Daniela aveva avuto un problema di salute e che era dovuta ricorrere alle cure di un ospedale e a un successivo ricovero. E’ la legge, di fatto, che chiede di fare così e è, per i giornalisti, anche il codice deontologico. Quello a cui ci si appella quando fa comodo, giusto per rompere il ca*zo a chi fa il proprio mestiere. L'articolo 8 del Testo unico dei doveri del giornalista parla chiaro: di fronte al dramma del suicidio o del tentato suicidio, il cronista deve frenare la sollecitudine informativa per salvaguardare la dignità. Informare non significa spettacolarizzare.
Invece no. I due legali e le trasmissioni TV che si sono affrettate a dare la notizia, così come le testate giornalistiche, hanno sguazzato, ancora una volta, nel dolore e nella sofferenza, salvo poi fingere che questo raccontare tutto fosse figlio della necessità di far dare una calmata ai social. E’ vero che i social network devono darsi una calmata, è vero che alcuni commenti online sono raccapriccianti e che molti degli utenti dei social sfogano rabbie e frustrazioni senza avere la minima idea del dolore che possono generare, soprattutto commentando una storiaccia, umanamente dolorosa, come quella del delitto di Garlasco che vede coinvolta la signora Daniela Ferrari.
Ma certi appelli si potevano fare anche senza sputtanare. Senza dire ciò che non era necessario dire. Oppure il non necessario è niente davanti a ciò che è funzionale? Altrimenti si toglie peso al peso, già insopportabile, del fatto stesso. Che è vero. Triste. Concreto. E disperato. E che, proprio per questo, non andava strumentalizzato anche se funzionale a lanciare un monito e un avvertimento. Le capovolte ambiguità su questa vicenda distruggono la privacy sanitaria, intesa come confine invalicabile, e tolgono ogni valore reale alla battaglia contro l'odio social. Senza, per altro, aggiungere niente di niente all’indagine e persino al processo mediatico. Quanto alla signora Daniela Ferrari, ci sentiamo di dire una sola cosa: si rimetta presto e al meglio: non legga nulla, non ascolti nulla… neanche i discutibili consiglieri che ha intorno.