Un tempo c’erano le note a margine sulle perizie (pure quelle che scomparivano e riapparivano misteriosamente). Poi è arrivato il delitto di Garlasco, il vale tutto che conosciamo, e persino la dialettica scientifica s’è spostata su palcoscenici più vistosi. Compresi i social. Sia inteso, il caso Garlasco porta con sé il peso drammatico e il doveroso rispetto per la tragica fine di Chiara Poggi, ma questo non può esimerci da una considerazione: tra Pasquale Linarello e Armando Palmegiani siamo quasi al dissing. L’argomento? Quello di sempre: "Impronta 33", la traccia sul muro della villetta su cui si gioca gran parte del destino processuale di Andrea Sempio. Da un lato, la difesa di Alberto Stasi mette in dubbio i vecchi accertamenti del 2007 eseguiti dai RIS di Parma, ipotizzando falsi negativi dovuti all'interazione tra intonaco e ninidrina. Dall'altro, il consulente di Sempio difende la validità di quei test che esclusero la presenza di sangue umano, dando vita a uno scontro che ha ormai abbandonato la solennità dei tribunali (come tutto il resto che riguarda Garlasco).
A tornare sulla disputa è Pasquale Linarello, consulente della difesa Stasi, indispettito da alcune recenti ricostruzioni televisive. Il nodo della questione, spiega, non è un'opinione ma un fatto puramente meccanico: mentre il Combur Test reagisce per semplice contatto statico, l'OBTI-Test richiede una solubilizzazione liquida. E da qui la logica che porta a una domanda: “Se il campione è una traccia sul muro, come ci è finita dentro quel flaconcino? Qualcuno dovrebbe spiegarlo. Hanno staccato un pezzetto di intonaco? Hanno grattato la superficie con la stanghetta? Perché il materiale non si teletrasporta”. Secondo Linarello, l'asportazione dell'intonaco trattato con ninidrina avrebbe alterato il test, inficiandone l'attendibilità e lasciando una domanda tecnica tuttora priva di risposta.
La replica di Armando Palmegiani, consulente di Sempio, non ha tardato a manifestarsi. “L’Obti Test – scrive - possiede una piccola stecchetta in plastica normalmente immersa nel liquido della provetta. Questa va passata sulla traccia, in questo caso la 33, poi nuovamente immersa nel liquido e la provetta va agitata”. Il tutto con tanto di stoccata finale e rivendicazione di un'autorità sul campo che non ammette troppi sofismi teorici. L'affondo di Palmegiani? Eccolo: “Questa procedura, personalmente, l’ho effettuata decine di volte sulla scena del crimine. Se qualcuno afferma il contrario, non credo sia in malafede, ma semplicemente che non abbia mai visto una scena del crimine”.
I due post, in forma integrale, li embeddiamo qui, rigorosamente in ordine cronologico (Linarello qui sopra e Palmegiani qui sotto), ma – fatecelo dire - l'epilogo temporaneo di questo confronto lascia una sensazione di ironica domanda sui tempi correnti: nell'epoca della giustizia digitale, l'autorevolezza scientifica si misura anche sulla capacità di presidiare i social? Intorno al delitto di Garlasco, per carità, ormai vale tutto e ci sta che gli esperti si scambino patenti di esperienza e ironizzino pure sulle competenze reciproche, ma non dimentichiamoci – nessuno e non certo i soli Linarello e Palmegiani – che lo sfondo di tutto rimane quello di un delitto drammatico per il quale, forse, ci si è affidati troppo alla scienza (che a quanto pare non è categorica come ci avevano fatto credere) e molto poco alla coscienza.