Viene giù tutto, ma per davvero. Perché dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e di Giusi Bartolozzi - che tra l’altro ha lasciato via Arenula dopo una mezza rissa con una magistrata del Dag - la scure di Meloni è calata pure su Santanché. Ma il terremoto si sta allargando rapidamente a tutti i partiti di governo e soprattutto in tutta Italia. Il messaggio della Premier è chiaro: “non difendo più nessuno”. Dal garantismo più spinto si torna al giustizialismo più intransigente. Così almeno ha commentato uno degli alfieri di questa campagna referendaria per il sì, Nicola Porro, memore evidentemente della sua gioventù, quando era portavoce di Antonio Martino, più volte ministro nei governi di Berlusconi e appartenente a quella corrente liberale che ora, nel giro di pochi giorni sta morendo insieme all’operazione di pulizia “etica” avviata da Giorgia Meloni. Una scelta contagiosa, ma che era già nell’aria da un po’. Quello a cui stiamo assistendo è uno smantellamento massiccio di un precedente sistema politico con un tempismo che fa impallidire. Anche Marina Berlusconi, di riflesso, ha dato il via all’operazione di pulizia in Forza Italia, a partire da Gasparri, presidente dei deputati forzisti in Parlamento e che verrà sostituito da Stefania Craxi, emblema del garantismo. Ufficialmente “mancato coordinamento della base elettorale e risultati al di sotto delle aspettative”. Ufficiosamente è il primo passo verso un avvicendamento al comando del partito azzurro. Che Marina Berlusconi non veda di buon occhio Antonio Tajani è noto da tempo. Ora, non solo le ripetute figuracce del Ministro, ma anche il dato riportato da numerosi istituti che stimano un 25/30% degli elettori forzisti che avrebbero votato No o si sarebbero astenuti. Un supporto mancato proprio da parte del partito di cui la riforma era una bandiera. Una pugnalata alle spalle che ha strozzato in gola a Marina la dedica promessa al padre. Resta poi il particolare di quelle Regioni del sud governate da Forza Italia in cui ha vinto, in alcuni casi stravinto, il No: Sicilia, Calabria e Basilicata. Secondo il Corriere la linea dettata dal segretario Antonio Tajani è riassumibile con: “Non prestiamo il fianco, non abbiamo perso noi”. Ma sul Ministro degli Esteri incombe sempre più lunga l'ombra di quel Roberto Occhiuto che già qualche mese fa si era fatto notare con la sua “scossa liberale”, e che ora, dal vertice di partito convocato da Tajani, parla già da leader, detta le prossime battaglie per riconquistare gli elettori forzisti e strizza l'occhio a un dialogo con Calenda.
Impresentabili-washing, è così riassumibile la linea dura del nuovo centrodestra. In via della Scrofa l'addio di Andrea Delmastro, uno dei più vicini a Giorgia Meloni fin dall'inizio della sua storia politica, testimonia che nessuno è intoccabile. Sull'altare ci sono le prossime elezioni politiche, in un tentativo di correre ai ripari per salvare una tornata elettorale fondamentale in ottica Presidente della Repubblica. La parola d'ordine ora è profilo basso e soprattutto profili tecnici. Al posto dell'energica Bartolozzi il magistrato Antonio Mura, al posto di Delmastro invece è sfida a due fra le avvocate Sara Kelany o la collega Carolina Varchi. In un repulisti che non si ferma certo ai palazzi romani. Negli uffici di Fratelli d'Italia sarebbe in corso un'analisi del voto territoriale, regione per regione, comune per comune. L'obiettivo è quello di individuare dove l'elettorato non è stato mobilitato. Un dato importante visto che il centrodestra governa quattordici regioni su venti. In Sicilia tremano anche il presidente dell'Assemblea regionale Gaetano Galvagno e l'assessore al Turismo Elvira Amata, due personaggi di spicco della Sicilia meloniana. Secondo il commissario regionale di Fratelli d'Italia in Sicilia Luca Sbardella: "Sulle questioni giudiziarie applicheremo in Sicilia lo stesso criterio che ci verrà indicato dal partito nazionale". Pesa come un macigno quello spauracchio di ritorno pentastellato, un partito che in Sicilia ha fatto incetta di voti nel 2018.
Altro che Renzi, ecco la vera rottamazione. Il centrodestra si rifà il volto, in un effetto domino che, partito dal referendum, sta spazzando via una parte della vecchia classe politica. Cambia pelle e cambia anche natura, voltando le spalle al garantismo estremo che lo ha caratterizzato da Berlusconi in poi. Una necessità più che una scelta, con le purghe meloniane che finiscono per spostare il baricentro del potere dalla fedeltà politica alla spendibilità pubblica. Qualcuno parla di resa dei conti, l'impressione invece è che il vero confronto debba ancora arrivare.