Oggi sono passati esattamente dieci anni da quando Tiziana Cantone si tolse la vita. Aveva 31 anni. Prima di arrivare a quel gesto aveva provato in ogni modo a cancellare dalla rete ciò che della sua vita privata era diventato pubblico e aveva cercato di rimuoverli quei video, aveva cambiato cognome, si era rivolta alla giustizia e aveva fatto causa ai giganti Google e Facebook. Ma era già troppo tardi. Quel video aveva preso a replicarsi all’infinito in maniera incontrollata. Era il 2015 e il nostro ordinamento non aveva ancora una norma penale specifica per punire la diffusione non consensuale di immagini e video sessualmente espliciti. Ci sono voluti un suicidio e altri 3 anni perché i legislatori italiani provassero a colmare quella lacuna normativa che, secondo la madre di Tiziana, Maria Teresa Giglio, non è stata colmata a dovere. Maria Teresa ha deciso di aprirsi con noi per l’anniversario della scomparsa di sua figlia e ancora oggi non perdona i ritardi e le mancanze della giustizia italiana, la sordità dei colossi del web. Il 13 settembre 2016, Tiziana Cantone venne trovata morta nella sua abitazione di Mugnano, in provincia di Napoli. La Procura di Napoli Nord aprì un'indagine per istigazione al suicidio, poi ne chiese l'archiviazione nel 2017 per mancanza di elementi sufficienti. La madre, Maria Teresa Giglio, non ha mai smesso di contestare quella ricostruzione e di chiedere che sulla morte della figlia venissero compiuti ulteriori accertamenti. Ma la sua battaglia, nel frattempo, aveva assunto una dimensione più grande della vicenda giudiziaria di Tiziana. Perché da quel momento qualcosa è cambiato. Con grande ritardo, ma è cambiato. Il caso Cantone è diventato uno dei simboli di quel disegno di legge presentato al Senato nel febbraio del 2019 e che nel luglio dello stesso anno divenne legge. Da allora sono cambiate tante cose. Ma il mondo si evolve a una velocità vertiginosa e il pericolo più grande è anche quello più banale, ovvero abbassare la guardia. Oggi c’è l’intelligenza artificiale, che secondo Maria Teresa Giglio contribuisce alla crescita di un esercito di lobotomizzati sempre più acritici. La politica non deve commettere gli stessi errori del passato e deve intervenire il prima possibile. Perché l’intimità non deve tornare ad essere una colpa. Chi deve provare vergogna e nascondersi non sono le vittime, ma chi commette i reati e purtroppo, troppo spesso, non ci mette nemmeno la faccia su.
Oggi è l'anniversario dei dieci anni dalla scomparsa di sua figlia. Maria Teresa, dopo tutto questo tempo, come sta?
Beh, come sto? Bella domanda, vi lascio immaginare. Sto molto male, anche perché, insomma, dopo dieci anni non solo c'è il convivere con il vuoto che lascia la perdita di una figlia, ma una sofferenza interminabile, che non finisce mai. Il fardello diventa ancora più pesante perché comunque sono rimasta con tutti i dubbi, con tutte quelle domande senza risposta.
Alla luce della sua storia, quando osserva il mondo che si è portato via sua figlia in questi dieci anni è cambiato così tanto, cosa pensa?
Quel che mi ha dato un po' di soddisfazione è stata l’emanazione della legge che andava a disciplinare questo tipo di reato, riguardo alla diffusione illecita, non consensuale, dei contenuti, come è capitato a mia figlia. Ho lottato molto. Da quando è scomparsa mia figlia non mi sono mai fermata, è una promessa che ho fatto a Tiziana. Tiziana Cantone che aveva fatto ben tre, quattro denunce, però senza avere esiti positivi. C'è stata una piccola soddisfazione per quanto riguardava Facebook o qualche altra piattaforma, compreso qualche quotidiano. Purtroppo un certo tipo di giornalismo rende le vittime maggiormente vittime: la famosa vittimizzazione secondaria.
In cosa sbagliarono i giornalisti all’epoca?
Un giornalista avrebbe il dovere, sul piano etico-morale, di informarsi bene sulle vicende che va a narrare, da fonti scelte, e non riportando magari, acriticamente, notizie già scritte da qualche altro giornale. Su mia figlia si disse di tutto e di più. Questa narrazione così distorta all’epoca mi fece svegliare da quel torpore cognitivo nel quale ero cascata dopo la morte della mia Tiziana. È nata questa necessità, questa urgenza, di chiarire chi fosse mia figlia in realtà e chi eravamo noi, perché siamo persone per bene, persone alle quali certe cose non appartengono proprio. Tutti quei “giochi” a mia figlia non le appartenevano proprio. Non lo dico in quanto mamma, lo dico parlando con la realtà in mano e perché ovviamente conosco bene e conoscevo bene mia figlia. Altrimenti io non avrei proprio più parlato.
L’intimità non è certamente una colpa…
Ognuno è libero di fare della propria vita ciò che vuole, ma senza danneggiare gli altri, come aveva fatto questa specie di compagno che io ho deciso di definire tale, perché comunque era un compagno. Doveva prendersi cura della sua donna, amarla nel vero senso della parola, quindi con tutte le attenzioni. Ma non lo ha fatto. Sono contenta che almeno, grazie a Tiziana Cantone specialmente, sia stata fatta la legge sul revenge porn. Anche la mia campagna di sensibilizzazione ha avuto un suo peso e ha portato a riflettere e a contenersi, no? Ha portato a redarguire delle persone e quindi, insomma, non sparare a zero come hanno fatto con Tiziana, senza conoscere il suo vissuto, senza conoscere la sua persona. All’epoca si disse addirittura di un pretesto per lanciare una nuova porno-star. Guardi, veramente mi riesce difficile parlare di queste cose. La Procura ha fatto molto, molto poco, perché bisognava indagare a fondo anche su tutte le persone che gravitavano intorno a questa vicenda. Perché non era soltanto questo compagno di mia figlia, ma erano tantissime altre persone, delle quali ho fatto nome con il mio esposto ed erano tutte nel telefonino di Tiziana. Un telefonino che usava questo compagno per i suoi “giochi”.
Ci spieghi meglio
Perché usare, con tanti telefoni che lui aveva, proprio il telefonino, il numero di Tiziana? Perché forse era un disegno criminoso già architettato e già, insomma, avevano calcolato anche le conseguenze future, se le cose fossero andate male. Quindi dovevano far cadere la colpa evidentemente su Tiziana Cantone. Altrimenti perché usare quel telefonino che non è stato poi mai consegnato né a me, che ne ho fatto richiesta varie volte, né in Procura? Questa legge dovrebbe portare il nome di mia figlia.
Crede che questa legge stia sortendo gli effetti desiderati?
No, secondo me no, anche perché andava corredata, come io avevo detto già all'epoca, di altre cose fondamentali, tipo di strumenti di individuazione della persona che commette il reato, che divulga in rete cose che non devono essere divulgate. Ci vorrebbe quindi uno strumento di individuazione rapida e, insomma, di rimozione, perché comunque i tempi di Internet li conosciamo, no? Sono rapidi, ci vogliono azioni tempestive. E ad oggi non c'è ancora un organo che si occupi di questo. Non ci sono né gli strumenti né un organo delegato dallo Stato a cui potersi rivolgere per denunciare questo tipo di reati. Quindi c'è tanto ancora da fare, come eliminare i profili fake dietro ai quali si nascondono codardi che non ci mettono la faccia. Questo l'ho detto fin dall'inizio. Al giorno d’oggi ne abbiamo infinite testimonianze. Mancano gli strumenti necessari per individuare queste persone, servono le rogatorie. Non dovremmo essere schiavi delle leggi di altri Stati, perché queste piattaforme, tutti sappiamo che fanno tutte quante riferimento agli Stati Uniti, e quindi ci vorrebbero interlocutori internazionali.
Facebook collaborò all’epoca?
Nel caso di mia figlia Facebook non ha collaborato per niente. Si trattava di una morta e comunque non ha mai contribuito a fornire i nomi di coloro che avevano rubato e che avevano creato tante pagine fake in cui si mostrava il video di mia figlia. Nessuno è stato individuato perché Facebook non ha voluto fornire i nomi. Deve finire questa impunità dei questi colossi del web, che guadagnano tanti soldi sulla nostra pelle. Nel caso di mia figlia loro comunque non hanno mai dimostrato nulla ed erano complici, consapevoli di tutto quello che stava succedendo sulle loro pagine.
Crede che la legge sul revenge porn sia già obsoleta?
Purtroppo io penso che le cose andranno a peggiorare, con l'intelligenza artificiale. Anche per i nostri ragazzi, per i nostri giovani, che per sempre avranno un futuro certamente non felice. Questo mondo sta crescendo un esercito di lobotomizzati. Nessuno pensa o riflette più, non si scrivono più le lettere, non si cerca più un modo per risolvere i problemi.
Se lei dovesse incontrare una persona che si trova nella stessa situazione in cui si trovò sua figlia, oggi, dieci anni dopo, cosa le direbbe?
Di non vergognarsi affatto. E’ l’ultima cosa che dovrebbe fare. Quello che si deve vergognare è chi commette il reato.
Poi le direi di non nascondersi, di non annullare la propria identità, come fece mia figlia, che addirittura aveva cambiato il cognome e l'aveva anche ottenuto, non aveva preso il mio. Il suo era diventato impossibile da pronunciare. A vergognarsi non deve essere la vittima, ma il carnefice, colui che commette il reato. Il sesso, come diceva qualcuno, è come un carnevale e non rappresenta chi siamo veramente.