Bye Bye Sir Keir Starmer. Il primo ministro del Regno Unito si è dimesso facendo sprofondare Londra in un vero e proprio buco nero. Sia chiaro: erano settimane che il leader dei laburisti camminava su un filo di rasoio. Pressato dai suoi stessi parlamentari, attaccato dalla destra populista di Nigel Farage, sfottu*o da Donald Trump in campo internazionale, dileggiato dai media nazionali - che lo avevano soprannominato “a Walking Dead Man” - e attaccato da una buona parte dell'opinione pubblica dell'Uk, alla fine Starmer ha abdicato. Adesso a Westminster inizierà una corsa senza esclusione di colpi che dovrà terminare con l'ascesa del settimo primo ministro britannico in dieci anni. Un altro numero chiave è il 14. Già, perché la schiacciante vittoria del Partito Laburista alle elezioni del 2024 aveva consentito proprio alla sinistra di salire al governo con grandi aspettative, dopo una lunga trafila di esecutivi conservatori iniziata con David Cameron nel 2010 e proseguita con Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss (durata da settembre a ottobre 2022) e Rishi Sunak. Insomma, Starmer avrebbe dovuto offrire stabilità e risultati concreti tali da far dimenticare le turbolenze conservatrici - dagli scandali di Johnson alla Brexit – ma non ci è affatto riuscito. “La domanda che il mio partito si sta ponendo ora è se io sia la persona più adatta a guidarci alle prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e la accetto di buon grado. Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo, ed è per questo che mi dimetterò da leader del Partito Laburista”, ha dichiarato Starmer da un podio fuori da Downing Street. Sipario.
Starmer è stato letteralmente fatto fuori dal cuore del Partito Laburista. Pare che una mezza dozzina di ministri lo avessero invitato a farsi da parte, mentre circa 200 deputati laburisti erano pronti, in caso di rifiuto, a firmare i documenti per appoggiare Andy Burnham come nuovo primo ministro. Burnham, un ex ministro che per quasi dieci anni è stato fuori dalla politica parlamentare nazionale e che ha costruito la sua popolarità come sindaco della Greater Manchester, ha vinto l'elezione suppletiva nel collegio di Makerfield e ora eccolo a Westminster come erede favorito di Starmer. I possibili sfidanti? L'ex ministro della Sanità Wes Streeting e l'ex ufficiale dei Royal Marines Al Carns, che si è da poco dimesso da ministro delle forze armate in seguito a una controversia sui finanziamenti alla difesa e sul trattamento dei veterani dell'Irlanda del Nord. Chiunque diventerà primo ministro dovrà in qualche modo rianimare l'economia britannica, affrontare un contesto internazionale a dir poco precario, tenere testa alla destra di Farage e affrontare lo spauracchio Trump. A proposito: prima che Starmer annunciasse le dimissioni, il tycoon aveva predetto su Truth l'uscita di scena del leader laburista. “Keir Starmer si dimetterà da primo ministro del Regno Unito. Ha fallito clamorosamente su due questioni fondamentali: immigrazione ed energia”, aveva scritto Trump nel fine settimana.
Starmer ha commesso diversi errori. Per quanto riguarda l'economia, la scelta del suo esecutivo di vietare le nuove licenze di esplorazione di petrolio e gas nel Mare del Nord in nome di un rinnovato impegno per l'energia pulita, complice la guerra in Medio Oriente e il Brent salito da circa 73 dollari al barile a quasi 114 dollari, ha generato non pochi rincari per i britannici. Alcune stime parlano di un sonoro aumento del 13% delle bollette energetiche domestiche a partire da luglio. Un salasso che si unisce alla sicurezza fuori controllo, un dossier caldissimo che ha generato scontri e rivolte, nonché la crescita esponenziale dell'estrema destra (incarnata da Farage, che però è soltanto la punta più visibile di un iceberg enorme). Pesano poi i flop in materia militare: il ministro della Difesa John Healey si è dimesso accusando il governo di non finanziare adeguatamente le forze armate e di rendere il Paese “meno sicuro”, sullo sfondo di una lunga polemica sull'aumento della spesa militare e sul mancato raggiungimento rapido degli obiettivi in orbita Nato. Altre polemiche sono derivate dall'approccio del governo alla regolamentazione dei contenuti online e della libertà di espressione. I critici hanno accusato Starmer di sostenere norme e strumenti di controllo che rischiano di comprimere il dibattito pubblico e incentivare forme di censura preventiva sulle piattaforme digitali. “Doveva essere il ritorno degli adulti al comando. Starmer avrebbe dovuto, come minimo, essere un tecnocrate competente. Il fatto che abbia fallito persino in questo ci dice tutto ciò che dobbiamo sapere su questo fallimento senza precedenti di un mandato da primo ministro”, ha tagliato corto la rivista Spectator. E pensare, invece, che lo scorso marzo l'Economist dedicava una copertina a Starmer paragonandolo niente meno che a Winston Churchill per la rinnovata centralità europea raggiunta all'Uk. Un abbaglio clamoroso o l'ennesima previsione azzardata?