Giorgia Meloni non è la prima donna nella storia ad essere eletta come capo di governo di uno stato. Tutta questa rivoluzione ha i suoi primi esiti formali e propriamente democratici nel 1960 a Ceylon, Sri Lanka, un luogo quanto mai esotico se si pensa che tutto inizia al di là della democrazia con le Regine d’Inghilterra (forse). Una grande rivoluzione che poi si propagherà in India con la figlia di Gandhi, poi in Israele con Golda Meir, nel Regno Unito con la Tatcher, in Norvegia con la Brutland negli anni ottanta e novanta, sino a giungere nel punto critico della Germania con Angela Merkel. Un paese, però, la Germania, dove il sole è femmina (die Sonne) e la luna è maschio (der Mond), dove tutto s’inverte, si rovescia, si rimescola. Dopotutto per Curzio Malaparte Hitler, era una donna. E nella donna al potere c’è qualcosa di profondamente conturbante per l’uomo medio che è difficile da intendere, in quanto complesso di Edipo esteso e covato dalla coscienza collettiva di un paese, per sanare chissà quale trauma recondito. Sono i paesi orfani di padre (un fra i tanti, il Duce) che si gettano nelle braccia di una grande madre che dia loro tutto l’amore che la guerra mondiale e la solitudine internazionale non ha saputo conceder loro. Il testimone, dunque passa nel 2022 all’Italia dove l’eredità germanica si rovescia in Giorgia Meloni.
La donna sola al comando. La Dea Bianca che interrompe la tradizione patrilineare di governo, spezza l’eredità patriarcale ebraica, greca e democristiana e v’introduce un ritorno al paganesimo politeista (è l’epoca dei supereroi mutanti americani, degli oracoli quali l’intelligenza artificiale, delle grandi feste apotropaiche come Atreju) dove è lei ad essere l’unica Ape regina, sua sorella Arianna il colonnello che ha diretto controllo e potere sulle truppe, sui tesserati, sulla macchina del partito Fratelli d’Italia, e sui fuchi da sacrificare, una volta spremuti a dovere, sotto la Luna per ingraziarsi gli dei. E l’Italia, terra di Casanova, Don Giovanni, Marcello Mastroianni e Antonio Zequila, è il luogo ove il complesso di madre è tra i più diffusi e meno curati in assoluto. Non che ci sia qualcosa di male, la donna è un grande continente, labirinto di specchi e meraviglie in cui sperdersi, nutrirsi e trovare conforto, oppure la morte, come ad esempio il Partito Democratico, che nell’elaborazione di una risposta a Giorgia Meloni ha concepito dopo un parto durato a lungo ed estremamente faticoso, se non quasi fatale, la dottoressa Elly Schlein. Ma il punto è un altro, dopo una donna al governo che ci ha soddisfatto come una madre, che ci ha sgridati come una madre, che ci ha puniti ingiustamente come una madre, saremo in grado di tornare indietro? Io credo di no, a meno che non emerga dalle masse un essere mitologico capace di rompere l’incantesimo delle donne e del matriarcato. Altrimenti saremo condannati ad un’eternità di donne al potere.
Elly Schlein è una donna e trema di fronte ad una donna, Meloni, e al tempo stesso teme il complotto non tanto da parte di quei correntoni popolati da uomini dell’Anticristo, ma ancora una volta, da una donna: Silvia Salis, che ora in comune a Genova, evidentemente su diktat della ducessa armocromatica, viene messa alle strette, rischia di cadere in disgrazia politica e forse, proprio per questa ragione, avrà modo di ergersi a successore di chi ha attentato alla sua carriera. Lei, la donna Salis che come Daenerys Targaryen del Trono di Spade cammina tra i suoi, figlia del Drago, guiderà gli operai dell’Ilva all’assalto dell’opposizione. Poi, dopo l’ultima assemblea del Pd, il controcanto a Giuseppe Conte, il cui nome Giuseppe rimanda alla Bibbia prima ancora che al nome del mitologico e canuto fondatore del caleidoscopico Movimento (sempre maschio) Cinque stelle, Beppe Grillo. Controcanto in cui la Schlein è in qualche modo riuscita a portare dalla sua il dottor Bonaccini, che ad ogni modo parrebbe, nonostante la sua verve di grande maschio, un seguace che si è dovuto piegare al volere della Madre Schlein, portandosi al riparo sotto l’egida della maggioranza interna governata col terrore dei suoi capricci, delle sue ossessioni, delle sue paranoie. Schlein teme Salis, culla e cresce Virginia Libero, la neo-eletta leader dei giovani democratici, osserva da lontano e con estrema preoccupazione i sabba stregonici danzati con grande follia da Francesca Albanese e Greta Thumberg nel loro tour genovese. La stessa Albanese che oggi, a lato dell’attentato di Bondi Beach per l’Hannukah di Sidney rimane in silenzio radio (sarà forse antisemita? Sì o no? Barrate la risposta che vi pare più corretta) quasi come un contraltare satanico a chi all’interno del Pd si è opposto alla proposta di una legge contro l’antisemitismo avanzata da Graziano Delrio. D’altronde l’incarico di Albanese come relatrice speciale all’Onu dovrebbe durare fino al 2028, ma chissà che non si voglia anticipare al 2027, o anche prima, giusto in tempo per prendere il posto di Schlein. Chissà, chissà, chissà. Però una cosa è certa, uomini forti creano tempi di pace, tempi di pace forgiano uomini deboli, uomini deboli tempi di guerra e tempi di guerra vogliono uomini forti, ma evidentemente (almeno da queste parti eh) non ve ne sono, ma di donne sì. Eccome se ci sono. Ma come fare per spezzare il cerchio di questo enorme complesso d’Edipo che ci portiamo appresso? La fuga dalla f**a di cui parlava un Vittorio Sgarbi allora in grande forma è possibile? Forse sì, ma ci vorrebbe una figura mitologica, perfetta, capace di spezzare l’incantesimo.
Solo qualora all’opposizione giungesse qualche prode cavaliere capace di provocare in Giorgia Meloni un’infatuazione tale da perdere le staffe, da arrossire in ogni momento, da farla diventare nervosa, allora saremmo in grado di tornare al caro vecchio patriarcato. Dovrebbe giungere, magari da terra ispanica, o da qualche luogo esotico ma ricco di tradizione, un simil-Antonio-Banderas, uno Zorro, un matador con la rosa tra i denti, un proto-Sanchez con il sopracciglio alzato e l’andamento smargiasso capace di sedurre la seduttrice delle relazioni internazionali con il suo savoir faire da seduttore latino, Giorgia Meloni, la donna più influente del mondo. Solo lui, allora avrà le chiavi del potere italico e mondiale, solo lui romperà l’incantesimo fatale del matriarcato, l’incantesimo di questo castello incantato che è diventato l’Italia, un paese di principesse potentissime e dei loro filtri magici. E se ci pensate bene l’Italia parla con tutti, con la Francia (ci litiga, sì, ma è ben presente nel nostro immaginario il litigare con il francese), la Germania, l’Inghilterra, l’Ucraina, gli Stati Uniti. Certo, ma la Spagna? Quella nemesi che è la Spagna per l’Italia? Perché Meloni non ne parla mai di Sanchez? C’è forse qualcosa sotto? Chi lo sa, non potremo mai sapere. Sanchez è forse l’individuo che più potrebbe avvicinarsi a questa figura mitologica di torero-matador-conquistador-politikos, ma dove trovarne di personaggi del genere? Per ora non ci è dato sapere, ma vogliamo credere che in qualche remoto e polveroso paese di provincia - magari dalle parti di Latina, Frosinone, quei posti là insomma - vengano messi al mondo uomini bellissimi, sprezzanti del pericolo, indistruttibili e irresistibili anche per Giorgia Meloni, capaci di arrivare al potere da ancora più lontano della Garbatella, ma dall’Italia profonda, dall’appennino, dagli Abruzzi. Solo il tempo rivelerà la trama della storia che si cela sotto la rete di simboli e simbologie che ci avviluppano come edera. Quando saremo liberi, allora capiremo cosa ci è successo e potremo dire, grazie, Padre!