Il 26 novembre uscirà il suo film, Kintsugi. Parliamo di Elisa che, in occasione di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha condiviso un racconto doloroso: la cantante ha dichiarato di aver subito un abuso all’età di otto anni. Raccontarlo a 48 anni e da un determinato “status”, ha suscitato sì commenti di empatia, ma anche il cosiddetto “victim blaming”, ossia il processo di colpevolizzazione della vittima. Colpisce come sul web diversi commenti abbiano manifestato una certa ostilità da parte di alcuni utenti, anche per quella che è stata ritenuta una “confessione tardiva”. Ma quando si parla di violenza è opportuno generalizzare o è più funzionale indagare nelle cause specifiche che muovono i singoli individui a scrivere determinati commenti? Ne abbiamo parlato con la psicologa clinica e giuridica Fulvia Siano, nonché fondatrice e presidente dell'associazione Perseo, un centro antiviolenza. L’intervista ha coinvolto anche altre tematiche legate al mondo della violenza.
Di recente Elisa ha dichiarato di aver subito un abuso da bambina e online si sono scatenati un po' di commenti, alcuni ovviamente di empatia, ma molti altri che la dipingevano come una martire che un giorno si sveglia e decide di confessare un abuso. Secondo lei, dal punto di vista psicologico, cosa scatta nella testa delle persone quando c'è una rivelazione di questo tipo?
Intanto non farei una generalizzazione. C'è chi riesce a essere empatico e chi no, è difficile stabilire cosa scatti nella testa delle persone. Se mi chiede se in questi commenti ci vedo il patriarcato, la risposta è no. Io vedo persone che non riescono a entrare in sintonia emotiva con l’altro; tutto dipende anche da cosa hanno vissuto nella loro vita. Questo ovviamente non giustifica i commenti denigratori che possono far male a un’altra persona. Le spiegazioni possono essere molteplici. Possiamo dire che chi scrive quei commenti può essere semplicemente una persona arida? Io dico spesso che anche gli uomini subiscono violenza. Quando nel mio profilo l’ho fatto notare, c’è stata gente che è venuta a darmi della merdaccia nei commenti.
Elisa ha detto di averlo dichiarato per liberarsi ma anche “per cercare di essere utile alle tante ragazze e donne, e ai tanti ragazzi, che hanno subito abusi”.
In questo caso il messaggio è di diversa natura dalla solita riduzione: “Lo faccio per aiutare le donne che hanno subito violenza”. Le parole sono importanti, a questo va prestata attenzione.
Quindi secondo lei quello che disturba questi utenti, in genere, è proprio il fatto che si parli di donne e quindi del concetto di patriarcato?
Evidentemente sì, è quello che poi muove, perché alla fine della fiera dov'è che spesso si va a parare? Sempre verso un odio generalizzato nei confronti del genere maschile. Io l’ho anche scritto nell'introduzione del mio libro. Anch'io sono stata vittima di abusi. È chiaro che ci vuole una consapevolezza, ci vuole un percorso psicoterapeutico, bisogna essere accompagnati. Però la mia esperienza è per tutte le donne così come per tutte le persone vittime di violenza. Perché l'abuso sessuale, la violenza fisica, la violenza psicologica la può subire chiunque. Allora, se io parlo in questo modo, non diventa una guerra e tantomeno scateno reazioni che capisco non siano positive. Ma sono abituata a essere fraintesa, come probabilmente succederà dopo questa intervista. So già che su questa cosa diranno: “La dottoressa Siano nega la violenza sulle donne”, e basta. Questa è proprio una bastardata, perché anche rispetto a questa notizia stiamo parlando dell'abuso sessuale di una minore. Ecco perché Elisa fa bene a specificare che lo sta condividendo “per tutte le persone vittime di violenza”. Se omettiamo i bambini maschi è come se stessimo dicendo che i bambini maschi non subiscono abusi, e questa è una cosa che purtroppo si fa spesso.
Ma perché questo accade? Perché si alimenta un tipo di narrazione che vede solo le donne vittime? Magari perché la violenza è vissuta in maniera diversa da maschi e femmine?
No, non è vissuta in maniera diversa. Io lo vedo esattamente nella mia associazione, insieme al presidente del Centro Antiviolenza Perseo: gli uomini che vengono perché sono stati abusati o stalkerizzati o hanno subito violenza fisica hanno gli stessi comportamenti, gli stessi atteggiamenti e le stesse paure che hanno le donne. Il problema è che se qualcuno dice: “Parlo dell’abuso subito per aiutare tutte le vittime di violenza, anche gli uomini”, viene asfaltato il giorno dopo. Questa è la verità nuda e cruda! Conviene seguire la narrazione imperterriti, così si prendono consensi e siamo a posto. Io lo vedo anche quando faccio i convegni, quando parlo con i professionisti: quasi hanno paura; se stanno parlando di violenza, devono sempre evidenziare che “però quella sulle donne è più diffusa”. Non è vero. Ma anche fosse così, allora potrei dire: “Va bene, visto che i disabili sono meno dei normodotati, che ce ne frega di fare le rampe, che ce ne frega di fare delle leggi per i disabili?”.
La violenza sulle donne è effettivamente più diffusa di quella sugli uomini?
No, se si vanno a vedere i numeri fuori dall'Italia, dove si fanno le ricerche, lo si può riscontrare. Perché qui c'è assolutamente il divieto di farle, c'è il tabù, gli stessi professori universitari hanno paura: qui c'è una paura fottuta di parlare di questi argomenti. Tutti sanno, ma tutti hanno paura. All'estero, se andiamo a vedere i dati dell'Inghilterra, ci si mette veramente poco a riscontrarli. Ci si rende facilmente conto che la popolazione maschile che subisce violenza è quasi al pari di quella femminile.
Cosa ne pensa lei del concetto di femminicidio, dato che si è discusso anche di questo in politica negli ultimi mesi?
Io non avrei introdotto la legge sul femminicidio perché dietro un atto di quella portata, che comunque è un omicidio (quindi che sia di una donna, di un bambino, di un uomo o di un anziano), c’è una storia diversa. Tra l'altro, bisognerebbe capirne le ragioni, il che non vuole assolutamente dire giustificare. Non ci sono motivi oggettivi nei fatti: ci può essere una malattia mentale, un abuso di alcol o di droga. Poi la persona in questione andrà davanti alla legge e si farà i suoi anni di galera o quello che deve fare. Parlare solo ed esclusivamente di patriarcato non dà la possibilità di fare una prevenzione diversa rispetto a quello che succede. Però, dall'altra parte, devo dire che, avendo inserito finalmente una legge, almeno ora abbiamo una definizione di cos’è il femminicidio. Perché prima della legge la definizione di femminicidio ognuno la utilizzava come voleva. I giornali prendevano informazioni da “Non una di meno”, che non è nemmeno un'istituzione, come se fosse il ministero di non si sa che cosa. “Non una di meno” utilizza una forbice molto ampia (nella sua scelta) per decretare cosa sia femminicidio e cosa no. Adesso che c’è la legge sul femminicidio, il Ministero dell'Interno ne riportava otto a giugno del 2026. Adesso non so a quanti siamo arrivati con precisione, ma basta andare sul sito del Ministero dell'Interno per trovare il dato giusto. A dire la verità trovo che parlare di femminicidio senza sapere di cosa si stia parlando sia anticostituzionale: in teoria, davanti alla legge dovremmo essere tutti uguali, compresi i bambini. La definizione di femminicidio serve a distinguere la motivazione e non il genere della vittima? Bene, adesso che abbiamo distinto la motivazione e abbiamo una legge, si parla di 8 femminicidi fino a giugno di quest’anno. A casa mia non è un'emergenza. Se poi vogliamo dire che anche 20 persone all'anno costituiscono un'emergenza, allora le do un altro dato: 113.582 bambini solo in Italia in un anno che subiscono - maschi e femmine - abusi, violenze fisiche, violenze psicologiche e maltrattamenti. Oppure le morti sul lavoro: potrebbero essere un'emergenza? E attenzione, io non sto dicendo che non ci sia la violenza sulle donne, dico che il faro è puntato solo lì.
Cosa ne pensa della riapertura del sito Phica? Come spiegherebbe il fenomeno dello scambio di foto e video di donne che non hanno prestato il consenso e che spesso sono inconsapevoli?
Ci sono tantissimi altri fenomeni di cui magari non siamo neanche a conoscenza. Ma anche lì, non riuscirei a ridurre tutto a un semplice discorso “patriarcale”, inteso come “l'uomo pensa solo con quello”; non andrei a generalizzare. Ognuno, da un punto di vista psicologico, è diverso: è un po' quello che dicevo anche rispetto ai commenti su Elisa. Io non riesco a dare etichette o a far passare il fenomeno semplicemente come “patriarcato”. Quando svolgo il mio lavoro (ovvero il consulente tecnico in ambito civile e penale, che è molto diverso dal fare psicoterapia) mi addentro nel caso specifico, altrimenti si rischia di cadere nei soliti stereotipi.
La sua è un po’ una voce fuori dal coro. Le è mai capitato di ricevere commenti sgradevoli sotto ai suoi post?
Sotto alcuni video che faccio per l'associazione ogni tanto capita. Noi li teniamo monitorati, ma a volte arriva il commento un po' forte, magari contro il femminismo o contro le donne. Mi sono sentita tacciare da diversi influencer come “la dottoressa contro le donne”. Quando vedo un commento del genere, scrivo personalmente agli utenti e li ascolto. Intanto ho fatto lo screenshot, perché in quel caso mi si sta diffamando. Spesso se la prendono con me perché magari qualche uomo viene a commentare i miei post in un certo modo e lo associano a me. Ma quella singola persona non rappresenta tutti gli uomini in generale, né la dottoressa Siano.
Quindi secondo lei come nasce la violenza?
Io ragiono da psicologa giuridica. Il mio mestiere è quello di oggettivare le situazioni e, a volte, quando arrivo a delle spiegazioni, giudici e avvocati rimangono interdetti, perché dipende tutto dal singolo caso. Sarebbe arrivato il momento di cominciare a dare a ogni professionista il giusto spazio, luogo e contesto. Oggi parlano tutti di tutto: non si parla più di abusi di alcol o di droghe, non si parla più di relazioni disfunzionali, non si parla più di quei contesti e fattori che favoriscono lo sfociare della violenza. Se invece ci fermiamo ai soliti slogan del tipo “è il figlio sano del patriarcato”, questa non è roba scientifica e non andiamo da nessuna parte. È chiaro poi che la cultura in generale influenzi o meno i comportamenti, ma questa è la base da cui parto.