Da oltre trecento anni, almeno dalla fondazione della Pontificia Accademia Ecclesiastica con Clemente XI, la Chiesa forma alcuni tra i diplomatici più fini del panorama internazionale. Da anni si riconosce alla Chiesa, soprattutto a partire dal Novecento, la capacità di agire in silenzio, una strategia che solo apparentemente è stata incrinata da Papa Francesco durante gli anni del suo pontificato e che Papa Leone XIV, nonostante i continui attacchi di Trump, sembra invece aver recuperato. Lo stesso pontefice è intervenuto in più occasioni pubbliche per condannare la guerra in Iran, invitando i leader a trovare un accordo di pace che, viste le continue violazioni del cessate il fuoco, è sempre più difficile.
Ora, però, sembra che il Vaticano stia lavorando, ancora una volta silenziosamente, in modo diretto per la pace in Iran. E sembra anche che sul tavolo di Papa Leone XIV (e del presidente della Cei Matteo Maria Zuppi) sia arrivato, ben prima della visita di Rubio dagli Stati Uniti, un piano da 22 pagine molto dettagliato che dovrebbe riprendere alcuni degli elementi centrali del processo che portò, il 16 dicembre 1991, all’indipendenza del Kazakhstan. Elementi che presentano varie analogie con la situazione attuale in Medio Oriente, a partire dal tema del disarmo nucleare.
Fino al 1991 sul territorio kazako si trovavano infatti circa 1.400 testate nucleari strategiche, parte dell'arsenale sovietico distribuito tra Russia, Ucraina, Bielorussia e appunto Kazakhstan. Il nuovo presidente Nursultan Nazarbaev si trovò a governare uno stato neonato che era, di fatto, la quarta potenza nucleare del pianeta, senza averlo scelto, senza la struttura istituzionale per gestirlo, e con la pressione simultanea di Washington, Mosca e della comunità internazionale.
Fu l'amministrazione Bush prima, e Clinton poi, a costruire l'architettura diplomatica che portò al disarmo. Il programma Nunn-Lugar, dal nome dei due senatori americani Sam Nunn e Richard Lugar, stanziò dei fondi per smantellare, trasferire e neutralizzare le armi nucleari delle ex repubbliche sovietiche. Per il Kazakhstan l'accordo fu concluso nel 1994 con il Trattato di Budapest, firmato insieme all'Ucraina e alla Bielorussia: in cambio della rinuncia alle armi nucleari, i tre paesi ricevevano garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti, dalla Russia e dal Regno Unito.
Parte della trattativa riguardava anche il lascito del poligono nucleare di Semipalatinsk, dove l'Unione Sovietica aveva condotto tra il 1949 e il 1989 oltre 450 test nucleari, molti dei quali in superficie o in quota. Le popolazioni delle regioni circostanti avevano subito per decenni esposizioni alle radiazioni che avevano prodotto tassi anomali di tumori, malformazioni congenite e patologie croniche. Nazarbaev aveva chiuso il sito già nell'agosto del 1991, prima ancora dell'indipendenza formale, in un gesto che segnalava sia la volontà di rottura con il passato sovietico sia la consapevolezza del debito morale verso la propria popolazione. Il risanamento del territorio e l'assistenza alle comunità colpite divennero parte integrante dei negoziati internazionali, con programmi di cooperazione tecnica che coinvolsero anche agenzie europee e le Nazioni Unite.
L’Iran, almeno ufficiale, sta subendo una guerra dovuta all’ipotesi Usa che la Repubblica Islamica stia lavorando alla costruzione di arsenale atomico. L’Iran (come, tuttavia, anche altri Paesi alleati occidentali, per esempio Israele) non permette agli osservatori internazionali di monitorare le attività di ricerca nucleare. E proprio intorno a questo aspetto potrebbe giocarsi la pace. Che il Papa abbia fatto leggere a Marco Rubio, in occasione del loro ultimo incontro in Vaticano, questo documento?