Completo blu sartoriale, camicia nera, occhiale da sole, pelle abbronzata, qualche ritocchino, un metro e novanta di muscoli. Scende le scale del tribunale di Milano tra i flash dei fotografi, circondato dal suo pool di legali capeggiato dall’avvocato Chiesa, dai carabinieri inespressivi. Qualche avvocatessa all’ingresso lo riconosce. Commentano come delle ragazzine “beh però, che ci volete fare, è proprio figo”. Dalle scuole elementari, medie, dal liceo ad oggi, non c’è niente da fare, non è mai cambiato nulla. Ci sarà sempre fra noi quel personaggio col quale rivaleggiare è una condanna alla sconfitta. Quel tipo che non perde mai. “Figo”, pieno di soldi, muscoloso che arriva a scuola con il macchinone e che ti frega la ragazza. Non c’è niente da fare. Quello che se ti ci metti a confronto metti in dubbio la tua autostima. Durante l’udienza civile ad un certo punto la porta si apre e Fabrizio esce in corridoio, si guarda intorno. Non un accenno di sconforto, anzi, è divertito da questa grossa messa in scena della giustizia. E’ stato sbattuto fuori dall’aula come la mina vagante della classe che non ci sta alle regole della maestra ed eroico se ne va fuori in corridoio. Lo hanno cacciato perché ha fatto un sorrisetto beffardo in risposta all’avvocato di Signorini, Domenico Aiello.
Eroico Corona va dal preside, nel corridoio chiacchiera con i carabinieri come il diseredato che parla con i bidelli. Parla fuori dai denti, non ha paura di niente. Fabrizio Corona è “Giuanìn senza paura”. Fabrizio Corona è il Donald Trump del giornalismo italiano. E’ il Cecil Beaton dell’Italia. L’Italia, infatti, se ci pensate bene, non è più una provincia semplicemente per il fatto che adesso ha un “gossip writer”, non tanto perché Giorgia Meloni è il Presidente del Consiglio e ha la copertina del Times. Ogni capitale che si rispetti ha il suo “gossip writer” che non è un diminutivo, anzi, Cecil Beaton era un giornalista a 360 gradi a cui forse mancava semplicemente un po’ di sex appeal. Quello certamente a Corona non manca. E’ che noi europei quando ci guardiamo allo specchio ci confrontiamo sempre con le statue di Fidia, di Policleto e tutti quegli altri là. Corona questo è, un archetipo, quello dell’eroe. Un eroe foderato in completo sartoriale, un eroe moderno, antico, morderno, italiano, “amerigano”. Quella di Corona non è tanto una “grammatica”, quanto una “drammatica”, dove non è l’enunciato quanto la sua enunciazione nella sfera pubblica ad incidere sul reale. “Per fermarmi dovete spararmi”.
E’ la parresia dell’eroe che parla franco, che è libero e la libertà implica nemici e solitudine, incomprensione. Il gesto pubblico di Corona, il suo pensiero sorretto dalla sua massa muscolare e dall’adrenalina squarcia lo schermo e divide il suo pubblico, che accetta o rifiuta la sua testimonianza del vero. Essere egocentrici, diceva un amico, “significa avere l’ego centrato, né più e né meno”. E’ di Fabrizio un’intervista di anni fa in cui sostiene di essere immortale “se io cado dall’Empire State Building non muoio”. E in Corona assume un senso tutto il discorso che Nietzsche fa nella genealogia della morale. Nasce prima il bene o il male? I buoni o i cattivi? I buoni, e i buoni chi sono? I più forti, gli aristocratici, ovvero il governo dei migliori che appena conquistato il potere si impossessano del “bene” e lo attribuiscono a sé stessi. Poi, Nietzsche dice che questa cosa si è sovvertita nel tempo. Oggi i buoni sono i deboli, quelli bruttini, che non creano problemi, che non prevaricano. Corona è quel che sopravvive di quell’archetipo, come il Marchese del Grillo che risponde “io so io, e voi non siete un c**o”. E’ un po’ il Cristo soldato di D’Annunzio che si stacca dalla croce e imbraccia l’artiglieria. Ma Dio è morto e non ci rimane che un Gesù Cristo americano, a metà fra Rambo ed Al Pacino, che si chiama Fabrizio Corona.