Quando si parla di FantaSanremo, è impossibile non partire dall’analogia che meglio lo descrive: il Fantacalcio applicato alla musica. Proprio come nel fantacalcio - quel gioco che da decenni vede milioni di appassionati creare rose di calciatori e sperare che le loro prestazioni reali portino punti virtuali - il FantaSanremo invita gli utenti a costruire una squadra di artisti prima dell’inizio del Festival della Canzone Italiana e a vedere chi, sugli eventi reali della kermesse, accumulerà più punti.
A prima vista è un passatempo spensierato: scegli cinque (poi sette) artisti in gara, nomini un capitano e, grazie a una valuta virtuale - i Baudi - componi la tua formazione. Poi, serata dopo serata, quei cantanti guadagnano (o perdono) punti in base, non solo alla loro posizione in classifica, ma anche a quante faccende succedono davanti alle telecamere: una frase iconica, un gesto, persino citazioni di parole simboliche come “Papalina”. È un gioco social gratuito, senza premi in denaro, la cui vera posta in palio è la “Gloria Eterna” simbolica; un pò come la gloria che fu destinata al concorrente, il signor Giancarlo, de “La Ruota della Fortuna” (ndr: Le amazzoni vinsero battaglie grazie alla loro f*ga).
Agli artisti viene richiesto di compiere sul palco e non gesti di ogni tipo, dai più semplici ai più sensazionali (che di solito equivalgono a punteggi più alti). Il Fanta vuole il trash.
Il FantaSanremo nasce nell’epocale 2020, nel più improbabile dei luoghi: il Bar Corva da Papalina a Porto Sant’Elpidio, nelle Marche. Un gruppo di amici appassionati del Festival decide di applicare la logica del fantasy game a Sanremo - non per fare soldi, ma per sopravvivere alle interminabili serate televisive con ironia. La trovata è oggettivamente geniale, chapeau. Quella prima edizione fu minuscola, meno di cinquanta squadre tutte riunite nel bar a tifare e a commentare. Ma la pandemia e i social fecero il resto: nel 2021 il gioco si spostò online, accelerando la diffusione grazie anche all’endorsement di influencer e alla viralità spontanea. E così, da pochi amici si è passati in pochi anni a milioni di squadre registrate e a una community davvero enorme ogni anno. Nel giro di tre, quattro anni, il FantaSanremo è diventato un fenomeno culturale: mentions dei fan su Twitter, post virali, artisti che a Sanremo stessi si ritrovano a gridare il nome del gioco dal palco o lo citano nei loro video promozionali. Oggi non è più solo una community di appassionati: è un evento parallelo al Festival, con numeri da grandi produzioni e persino iniziative editoriali come l’attivity book ufficiale dedicato al gioco.
Ma il FantaSanremo rappresenta anche un paradosso. E qui arriviamo al punto dolente.
All’inizio sembrava una trovata innocua: un modo per commentare con ironia Sanremo mentre si guarda la TV. Oggi, però, il game non si limita più a coinvolgere il pubblico: spinge gli artisti a partecipare a una doppia competizione. Non basta più salire sul palco e cantare la propria canzone: molti performer, consapevoli di come funziona il gioco, si comportano pensando anche alle dinamiche di punteggio del fantasy game.
È un fenomeno noto tra i fan: certi gesti, certe frasi o certi siparietti sembrano pensati non tanto per il valore artistico, quanto per conquistare bonus nei punteggi e, dunque, per ingraziarsi il pubblico e appaiono tutt’altro che spontanei: gli artisti devono performare, e non solo in termini canori. Guardare un artista pronunciare in modo plateale certe parole o fare un certo gesto non per poesia o significato, ma perché “fa punti” nel FantaSanremo, centra l’interesse sul gioco più che sull’arte. Il primo anno risultava abbastanza divertente proprio perché molti degli artisti in gara non erano a conoscenza del gioco, quindi ogni azione compiuta sul palco non era finalizzata all’accumulo di punti, era un’azione spontanea che gli faceva scalare, inconsapevolmente, le classifiche del game. La situazione cambia quando il successo del FantaSanremo diventa talmente enorme che perfino Orietta Berti ne conosce le dinamiche ed esegue (magari sotto suggerimento del suo team) le mosse vincenti.
La conseguenza è che lo spettacolo del Festival rischia di mutare in una performance mercificata, dove gli artisti sono forzati a recitare non solo per il pubblico reale ma per quello virtuale dei fantagiocatori. Non basta emozionare: bisogna “fare punti”. È un paradosso curioso e alla lunga un po’ stancante in cui la cultura pop viene compressa in bonus e malus come se fosse un gioco sportivo dove conta tutto, tranne la musica.
Non che nell’attuale panorama musicale la musica in sè conti ancora qualcosa, ma proprio per questo (se proprio vogliamo essere rompicoglioni) magari non è il caso di continuare a caricare di strategie di spettacolo il settore musicale.
È anche vero che il festival è soprattutto un evento televisivo, più che musicale; eppure il FantaSanremo pare essere un aneddoto alla boria che il festival propone tra uno scoop e l’altro. Viene da chiedersi: se ci serve un incentivo per guardare Sanremo, perché continuiamo a guardarlo? È qui che interviene la FOMO (ndr: fear of missing out), ovvero quella sensazione di ansia o disagio che si prova quando si pensa che gli altri stiano vivendo esperienze più interessanti, divertenti o importanti di noi, e noi non ci siamo. Spesso è legata ai social network, dove vedere foto o post di amici che fanno cose può farci sentire esclusi o “indietro”. Il festival di Sanremo, da un pò di anni, è diventato proprio un’occasione in cui la FOMO si manifesta molto chiaramente, soprattutto tra chi vuole restare “aggiornato” e connesso. E il FantaSanremo non è che un incentivo alla FOMO: dobbiamo avere il nostro team di artisti, dobbiamo partecipare e quindi dobbiamo guardare il festival; più che uno svago, essere uno spettatore di Sanremo pare essere diventato un lavoro.
Non è che FantaSanremo sia nato male o con cattive intenzioni: all’inizio era genuino, ironico e comunitario. Ma come spesso accade, quando qualcosa diventa una metacompetizione mediatica enorme, perde un po’ di quella innocenza giocosa.
È innegabile che questa sotto-competizione abbia contribuito a “svecchiare” il festival, con l’ausilio della direzione artistica di Amadeus che ha saputo scegliere bene una rosa di concorrenti che attirasse anche le nuove generazioni. Se prima del 2020 Sanremo era uno show per boomer imborghesiti, oggi solo i più intellettuali si sottraggono alla visione partecipata (o almeno così dichiarano, ma sotto sotto lo guardano pure loro). Inoltre, in un clima sociale iper divisivo, sul FantaSanremo il pubblico si divide poco: c’è chi continua a divertirsi, chi lo vede come un modo per coinvolgere nuove generazioni nel Festival, e pochissimi, come molti critici e osservatori, pensano che abbia finito per distogliere l’attenzione dalla musica in sé, trasformando l’evento in uno spettacolo da scoreboard piuttosto che da palco. Ma le critiche sono davvero poche.
Il FantaSanremo ha reinventato il modo in cui si vive il Festival: l’ha reso più social, più partecipato, più ingaggiato. Ma ha anche imposto un’altra gara, una lente di performance mediatica che trascende la musica e che oggi pesa tanto sugli artisti quanto sui fan.
I giocatori del game spesso commentano sotto i post degli artisti in gara per spronarli ad essere più reattivi alle dinamiche del Fanta, alcuni addirittura inveiscono contro i cantanti perché non fanno abbastanza per accumulare punti e ottenere bonus.
Le domande restano tante: in un periodo storico così spietato, avevamo davvero bisogno di una ennesima competizione nella competizione? Il fenomeno potrebbe sembrare innocuo, ma se lo si osserva da una visione più ampia è facile associarlo a dinamiche che conosciamo bene.
Per esempio, qualcuno si è chiesto se il FantaSanremo rimarrà per sempre gratuito o prima o poi richiederà un’iscrizione a pagamento? Non ci sarebbe da stupirsi data l’era capitalistica in cui siamo immersi. Ricordiamo che quando il FantaSanremo ha iniziato a diventare un successo (con centinaia di migliaia, poi milioni di “fantallenatori”), non è passato inosservato alle aziende. Brand di vari settori hanno visto nella enorme partecipazione un’occasione per mettere il proprio nome davanti a un pubblico vasto e attivo. La trasformazione da gioco nato in un bar a vetrina pubblicitaria è stata rapida: l’agenzia che gestisce il progetto, Wonty Media, ha progressivamente strutturato la parte commerciale, affidando la raccolta pubblicitaria anche a Rai Pubblicità.
D’altronde quale brand potrebbe resistere al successo esorbitante del Fanta, che continua a sferzare colpi di marketing da maestro? Vedi la scelta di far cantare la colonna sonora di quest’anno all’artista più chiacchierato del momento, Tony Pitony. Insomma, sembriamo a un passo dalla capitalizzazione totale del game.
Alla fine, il FantaSanremo non è più solo un gioco: è un ecosistema di ansia, marketing e performance obbligata. Gli artisti non cantano più solo per emozionarci, i fan non guardano più solo per divertirsi, tutti corrono in una doppia gara invisibile, tra malus, bonus e post social. E mentre Wonty Media e i brand preparano la prossima mossa per monetizzare ogni “Baudo”, ogni gesto e ogni frase iconica, noi spettatori restiamo a osservare un circo dove il reale e il virtuale si confondono, e dove l’unica certezza è che anche la nostalgia dell’innocenza è finita a fare punti. Benvenuti nell’era del Festival capitalistico: anche qui della musica non importa niente a nessuno.