Se per ogni fotografia scattata con i piedi nell’acqua sulle spiagge di Cala Gonone, in Sardegna, si potesse raccogliere un euro, allora oggi, sommando quelle e tutte le altre, la ricostruzione dopo il ciclone Harry non avrebbe problemi di liquidità. Il Sud è colonia d’estate, dimenticato d’inverno. “Per convincere la stampa a parlare dei territori colpiti dal ciclone, dite che le vittime sono tutti milionari”, scrive la pagina satirica Madonnafreeda, parafrasando in poche parole una cosa vera: il Sud non esiste. In un Paese dove, se crolla un paletto stradale su un gatto a Milano, è prima notizia nazionale, la calamità Harry è relegata a tema di maltempo o a una buona scusa per colpevolizzare i meridionali “abusivisti”. Politica romana, cronaca giudiziaria, polemiche di palazzo, esteri lontani migliaia di chilometri: il ciclone Harry, quando compare, è confinato a brevi nelle pagine interne o demandato alle edizioni locali online.
Eppure, nella realtà, i sistemi di monitoraggio del mare hanno registrato, nel Canale di Sicilia, un’onda alta più di 16 metri: misure oceaniche mai registrate nel Mediterraneo. Lungomari spezzati, imbarcazioni scaraventate a centinaia di metri, mancanza di acqua e di corrente elettrica, intere famiglie sfollate. Nella Piana di Catania le reti fognarie si sono spezzate, riversando liquami dannosi; la stessa cosa è avvenuta a Messina. Campi sommersi e agrumeti sradicati hanno causato perdite stimate nei raccolti, aziende agricole ferme, intere colture cancellate. Linosa è un’isola così remota che nemmeno in condizioni di ordinarietà i collegamenti sono garantiti. Ora il mare ha inghiottito anche le barche; la strada di collegamento a uno dei moli dell’isola è andata distrutta; in altre zone, per raggiungere le abitazioni, si passa per i campi. A Lampedusa a pagare il prezzo della tempesta è stata la banchina del porto commerciale.
La potenza del mare non ha risparmiato nemmeno la storia. Oltre alle barche affondate nei porti, in Sardegna le mareggiate hanno colpito i siti archeologici costieri, come a Nora e a Bithia. E altrove non c’è stato scampo nemmeno per i morti: a San Mauro Marchesato, nel Crotonese, un’ala del cimitero è crollata e una ventina di bare sono precipitate nel burrone sottostante. Silenzio stampa tombale.
“Fate presto”, titolava il quotidiano Il Mattino qualche giorno dopo il terribile sisma che nel 1980 rase al suolo l’Irpinia. Un titolo così iconico che venne ripreso dal Sole 24 Ore nel 2011, riferendosi alla crisi dello spread che stava portando l’Italia sull’orlo della bancarotta. All’alba del giorno dopo, giovedì 22 gennaio, su alcuni quotidiani all’emergenza Harry non era dedicata neppure mezza pagina. Ci sono volute altre ventiquattro ore prima che la stampa nazionale si accorgesse davvero di ciò che stava accadendo. Regioni che vivono e lavorano ogni giorno sotto una percezione di periferia rispetto alla narrazione nazionale e che ora si trovano a dover ricostruire non solo strade e case, ma anche la visibilità pubblica del proprio dolore. Questo è emerso anche osservando l’eco dell’evento sui principali social media italiani: molte notizie locali e contenuti video hanno circolato con decine di migliaia di condivisioni nelle comunità regionali, mentre le homepage dei grandi giornali si occupavano prevalentemente di altri temi.
Niscemi, un comune siciliano di 25mila abitanti, sta crollando. Un’intera parte di cittadina non esisterà più. 1500 persone sono state sfollate dalle loro abitazioni, strade, condutture, vialetti, stanno crollando verso la piana di Gela, lungo un costone che ha una pendenza di 85 gradi, un disastro che sta meritando, adesso, qualche taglio basso.
Il confronto con eventi analoghi avvenuti più a Nord è impietoso: la tempesta Vaia del 2018, l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023, accadimenti giustamente iscritti nel perimetro della tragedia nazionale. Qui, invece, siamo di fronte alla rimozione di un pezzo di realtà di proporzioni gigantesche dall’agenda mediatica. È la conferma di un doppio standard narrativo, dove certe aree vengono coperte in modo dettagliato solo quando accade qualcosa al Nord, mentre tragedie di pari portata nel Sud restano, quando va bene, dimenticate; quando va male, descritte come conseguenza delle colpe dei meridionali stessi.
Il silenzio non è neutro. Produce effetti reali: meno pressione politica, meno attenzione pubblica, meno risorse, meno memoria. Immaginiamo quale sarebbe potuta essere la mobilitazione di forze, di volontari, di “angeli del fango” di fronte a un’esposizione davvero proporzionata all’entità dei danni. Una mancata mobilitazione civica — e spesso istituzionale — che rischia di lasciare intere comunità imprigionate nel solito stereotipo, che nemmeno la forza di un ciclone riesce a scardinare. E forse sarebbe il momento di dirlo, ancora una volta: fate presto.