Usa e Israele, destini incrociati. E non stiamo parlando solo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu: il voto di Tel Aviv della scorsa settimana e quello delle Midterm Usa di martedì sono connessi così come inevitabilmente connessi sono gli obiettivi e le prospettive strategiche di due Paesi alleati accomunati da tre elementi. In primo luogo, una forte polarizzazione interna; in secondo luogo, la divisione delle opinioni pubbliche e politiche attorno alle figure, ingombranti e maiuscole, dei rispettivi leader, in una tendenza che assorbe e spesso porta a semplificare dinamiche socio-politiche complesse appiattendole sugli attuali uomini forti di Likud e Partito Repubblicano; in terzo luogo, perché dopo la guerra in Iran e l'assalto congiunto all'Iran, prima operazione dove i due storici alleati hanno combattuto a viso aperto fianco a fianco in un conflitto su larga scala, per entrambi i Paesi la futura architettura del Medio Oriente si pone come un'inevitabile sfida geopolitica.
In tal senso, l'attuale situazione strategica pone questo destino incrociato sotto una lente nuova. Ora più che mai Israele e Usa sono incrociati ma ora più che mai da entrambe le parti nascono spinte attive alla riconsiderazione di questa "relazione speciale". Spinte molto palesi negli Usa, dove infuria la polemica sull'influenza di lobby come l'AIPAC specie tra gli elettori del Partito Democratico e dove a sinistra come a destra giornalisti (da Tucker Carlson a Glenn Greenwald), testate (si pensi a Drop Site), centri studi (come il Quincy Institute for Responsible Statecraft) e politici (dal deputato repubblicano uscente Thomas Massie al candidato senatore dem Abdul El-Sayed) analizzano criticamente il trend consolidato dei rapporti bilaterali, il peso esercitato dal governo Netanyahu sulla politica estera americana e il ruolo di Washington nel supporto a Tel Aviv, oltre che le conseguenze delle "guerre infinite" per la sicurezza degli Usa e del sistema internazionale. Ma spinte presenti anche in Israele, dove lo stesso Netanyahu da tempo fa della tendenza all'autosufficienza e alla autonomia strategica un perno della sua politica internazionale. Tesi ben sottolineata nella recente rivisitazione della dottrina di sicurezza nazionale dove la certezza dell'incrollabilità dell'appoggio statunitense non è più dato per assodato e che chiama Tel Aviv a una maggior capacità di produzione industriale per la Difesa, a un uso più sistemico della leadership tecnologica, a evolvere, nei desiderata di Netanyahu, verso il modello della "Super Sparta". Nell'amministrazione Usa c'è chi, come il vicepresidente J.D. Vance, in passato ha fatto dei distinguo sul rapporto israelo-americano e la linea della coalizione nazionalista di Tel Aviv spesso ha prodotto grattacapi politici a Washington. Ora più che mai Israele e Usa hanno bisogno di tornare a capirsi. Ma ora più che mai la relazione speciale richiede un aggiustamento e una ricalibrazione.
In tal senso molto dipenderà da come Usa e Israele si adatteranno al nuovo quadro di sicurezza regionale. L'America di Trump, e quella di Biden in mezzo alle sue amministrazioni, ha indicato nella Cina il rivale strategico e promosso una strategia di contenimento dell'Iran, partner regionale e fornitore di petrolio a Pechino, passante, a lungo, per il rafforzamento degli Accordi di Abramo e la distensione israelo-araba prima e per l'appoggio a Tel Aviv e alle sue manovre anti-Teheran nella regione dopo lo spartiacque del 7 ottobre 2023. Washington ha messo il cappello su molte iniziative militari israeliane che hanno fatto il suo gioco ed è però intervenuta per evitare che soprattutto i fatti di Gaza pregiudicassero una trattativa coi Paesi arabi andata in cortocircuito. Tel Aviv ha lanciato la prima guerra all'Iran nel 2025 e ha combattuto con gli Usa la seconda. Ora la situazione è quella di una "pace calda" dove il problema iraniano non è stato risolto ma gli Usa e Israele non sono allineati su come gestirlo. A Gaza la tregua è in un limbo, con la spinta americana nella prima fase del cessate il fuoco che non si è vista confermata nella ricerca di una quadra per la stabilizzazione della Striscia, mentre tra Hamas e Israele le distanze restano notevoli dopo i massacri del 2023 e la violenta guerra che ne è seguita. Peraltro, nella regione si è inserita la nuova variabile del Patto di La Mecca, asse tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita che cerca una propria via alla sicurezza fuori dal duello israelo-iraniano e manda un messaggio agli Usa, il cui ruolo di provider di sicurezza alla regione in futuro sarà tutto da definire.
In tal senso si inseriscono i destini politici personali di Trump e Netanyahu. Col primo che vede la prospettiva di un ridimensionmento del suo potere con le Midterm e il secondo in bilico. Le conseguenze del voto israeliano, con l'apertura di una trattativa dove l'ex capo di Tsahal Gadi Eisenkot si candida a detronizzare Netanyahu dopo 19 anni al potere dal 1996 a oggi e sei diversi governi, in tal senso aprono alla prospettiva che a capo del governo di Tel Aviv emerga un generale attento al tema della sicurezza e che su alcuni temi, sfida all'Iran in testa e necessità di ridimensionare Hamas a Gaza, potrebbe non strappare nella sostanza con Bibi ma potrebbe, piuttosto, cercare una via pragmatica alla ricerca di soluzioni regionali passanti per il rilancio del dialogo con gli arabi e un engagement comune con gli Usa. A Washington, inoltre, un Congresso in mano ai democratici aprirebbe diverse prospettive per le future azioni politiche e strategiche di Trump in Medio Oriente e potrebbe annacquare l'unilateralismo della Casa Bianca provando a vincolare a un consenso bipartisan la "Iran policy" e l'agenda estera dell'amministrazione. Il vero destino incrociato di Usa e Israele sarà quello di mantenere solida e politicamente attiva un'alleanza che al tempo stesso nel 2026 è stata forte come mai nel passato, e l'operazione iraniana lo conferma, ma incerta negli esiti e nei punti di riferimento. Questo perché dietro Trump e Netanyahu ci sono Paesi democratici divisi, polarizzati e incerti, in cui anche la politica estera diventa elemento condizionante quella interna. Quale sia il minimo comune denominatore dell'interesse comune di Usa e Israele, quale il perimetro comune delle azioni sistemiche delle due potenze funzionale agli interessi di entrambi i Paesi nel campo mediorientale, quale la via per costruire una nuova architettura securitaria, quale il gradiente ottimale di cooperazione politico-diplomatica nel Medio Oriente contemporanea e quale il futuro di questo partenariato di fronte alle rispettive opinioni pubbliche sono le questioni chiave che il prossimo futuro dovrà contribuire a risolvere. I nuovi assetti americani e i nuovi elementi del governo israeliano contribuiranno a fornire indicazioni. Ma i destini incrociati di Israele e Usa aprono a questioni ben più ampie del potere di The Donald e Bibi. Destinate a condizionare i rapporti bilaterali e di sistema negli anni a venire. E con essi l'intero scacchiere Mediorientale.