Promossa o bocciata? Cosa pensa Michele Boldrin, economista, professore alla Washington University in St. Louis e politico con il suo partito Ora!, della nuova legge di bilancio? Approvata dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre 2026, ora è all’esame del Parlamento, è un pacchetto da circa 26 miliardi di euro, destinato al sostegno dei redditi, della natalità, della sanità e della competitività delle imprese. Il testo estende l’aliquota IRPEF del 33% ai redditi fino a 55 mila euro, porta da 85mila a 100mila euro il tetto della flat tax per le partite IVA e limita la rivalutazione delle pensioni più alte. Poi un fondo per la natalità assegna a ogni nato dal 2027 un contributo statale di 100 euro l’anno fino alla maggiore età, mentre il congedo parentale retribuito all’80% viene ampliato. Il fondo sanitario nazionale sale a 146,3 miliardi, con una quota vincolata agli stipendi dei medici di pronto soccorso, e per gli over 75 con pensione fino a 28mila euro arriva un voucher da 300 euro. Nella scuola sono previsti 6.974 posti in meno dall’anno scolastico 2027-2028 (4.925 docenti e 2.049 tra il personale ATA), e nel pubblico impiego il turnover scende al 75%. Ma tutto questo a che (e a chi) serve? Lo abbiamo chiesto a Michele Boldrin.
Cosa ne pensa della proposta della nuova legge di bilancio?
È una legge di bilancio modesta, che conferma che il governo Meloni è incapace di riformare: vuole solo mantenere l’esistente, aggiustando qua e là. Si è reso conto che le politiche di superspese e regalie a tutti, “grandiose” in senso ironico, non si possono più fare, perché le hanno fatte gli altri e le hanno fatte anche loro. Sono finiti i soldi presi a debito e regalati dagli altri paesi europei, cioè il PNRR, e quindi non ci sono più grandi spese possibili. Si cerca di dare contentini e regalie ai gruppi sociali che si spera diventino elettori fedeli.
Sul fisco?
C’è un recupero molto parziale del fiscal drag sopra i 50 mila euro, ma nessun effetto per i redditi più bassi. In compenso i più bassi avevano ricevuto qualcosa l’anno scorso, quindi quest’anno si toglie. È tutto così. Sono completamente incapaci di far crescere la dimensione della coperta, perché delle politiche per la crescita non gliene importa niente: non le sanno fare, e non gli interessa il miglioramento della condizione economica di tutti. L’unica cosa che fanno è cercare di comprare voti tirando la coperta un po’ da un lato, un po’ dall’altro, sperando che chi la perde e rimane un po’ al freddo non se ne accorga subito, e che chi la riceve sia grato al momento del voto.
Che ne pensa della flat tax per le partite IVA?
Anche lì c’è un tentativo di guadagnarsi la simpatia delle partite IVA con redditi più alti. Tra l’altro non sono nemmeno tantissime: a quel livello sono il 10-15% del totale. Le partite IVA sono un mondo variegato. Molte non dichiarano il vero, perché altrimenti non potrebbero vivere come le vediamo vivere. Altre sono secondi lavori. Altre ancora sono lavoratori poveri, in realtà dipendenti, costretti ad aprire la partita IVA e che si aggirano su redditi da 20 o 30 mila euro. I tassisti, per fare un esempio, sono partite IVA e dichiarano cifre risibili. Nessuna di queste categorie viene toccata dall’innalzamento della soglia: è una regalia a quei professionisti che così possono fatturare fino a 100 mila euro.
Quindi non c’è proprio niente da salvare?
Il punto non è salvare o non salvare. Il punto è che manca una politica della crescita, e c’è solo una politica di regalie. Se dico “questo non lo salvo”, non significa che quella gente vada punita: non è questo l’argomento. Sono misure prive di logica, perché non sono riforme organiche che migliorino o risolvano i problemi. Sono piccole prebende date a un gruppo.
Un esempio concreto è il blocco dell’adeguamento all’inflazione sulle pensioni alte.
Di per sé non credo che sia una scelta del tutto sbagliata, ma fatta in questa maniera, in modo incompleto, sembra una scelta punitiva verso alcuni soltanto. E nel frattempo si parla di tornare a quota 100, il che è di nuovo una presa in giro. Il problema delle pensioni esiste, ma va affrontato organicamente. Bisogna dire a chi percepisce una pensione calcolata con il retributivo che non è più sostenibile questa alta pensione dopo venti o venticinque anni, e che occorre riaggiustare.
Come andrebbe affrontato, allora?
Bisognerebbe guardare, e l’INPS può farlo, alle posizioni pensionistiche familiari. È inutile guardare le singole pensioni: ci sono famiglie che cumulano due, tre, quattro, cinque, anche sei pensioni all’interno del nucleo. Il reddito pensionistico complessivo che la coppia riceve è molto più alto di quello che le singole pensioni suggeriscono. Questo va limato, perché è ingiustificato a fronte dei deficit dell’INPS e della forte contribuzione caricata sui lavoratori giovani. Andrebbe fatto, ma togliere così, di punto in bianco, l’adeguamento in un periodo di alta inflazione a un solo sottogruppo dà soltanto l’impressione di voler punire.
Una polemica di questi giorni riguarda il taglio di 7.000 posti nella scuola.
Il taglio viene dipinto come tale, ma in realtà non hanno del tutto torto: c’è un numero molto minore di ragazzi, e non c’è niente di male ad aggiustare l’organico. Il punto è che non c’è un ridisegno della distribuzione degli insegnanti sul territorio nazionale. Non basta dire “taglio 7.000 posti”. Va anche bene tagliarli, ma solo se si ha poi il coraggio di redistribuire, perché il rapporto studenti-insegnanti è molto diverso da regione a regione.
In cosa è diverso?
Notoriamente al Sud il rapporto è molto basso: ci sono tanti insegnanti rispetto agli studenti. In certe aree del Nord, dove il costo della vita è molto alto, accade l’opposto: tanti studenti per pochi insegnanti. Il motivo è che in quelle zone gli insegnanti sono pagati poco rispetto al costo della vita, e nessuno vuole andarci. Pensi a un trentenne, magari single, a Milano, a Bologna o a Venezia con 1.400-1.500 euro al mese: se non ha un partner che guadagna il triplo non ce la fa a vivere, e scappa perché non può permettersi l’affitto. Farà l’impossibile per non andarci, ed è naturale.
Che cosa dovrebbe fare una riforma seria?
Una riforma seria dice: ci sono meno studenti, quindi non serve un corpo insegnante così grande, ma poiché è distribuito male sul territorio nazionale, lo redistribuisco e adeguo gli stipendi, in modo che le persone siano incentivate a spostarsi. Una cosa seria non taglia così, a caso. La critica vera è questa: non c’è un disegno, non sembra esserci né la capacità né la volontà di governare. È tutto fatto in modo estremamente raffazzonato, e questo mi pare il problema di fondo. Non si può fare un taglio a caso: va fatto bene.
Perché allora non si fa?
Perché richiederebbe di decentralizzare, di permettere l’assunzione a livello locale, di calibrare i salari sul mercato del lavoro locale. Né questo governo né i precedenti, e in generale la classe politica italiana, vogliono farlo, perché c’è una cultura statalista che accomuna gli uni e gli altri. L’una è di tipo socialistoide, l’altra di tipo fascistoide, ma non fa differenza: cambia solo la narrativa, mentre le cose che fanno sono le stesse.
Quindi qual è il suo giudizio d’insieme?
Il giudizio è generale, più che sulle singole misure. La legge di bilancio è purtroppo il luogo in cui in Italia si fa la politica economica, e qui non c’è politica economica. Mancano le misure per il nucleare, mancano le cose che dovrebbero esserci, e questa è la tristezza.