Le lacrime (di coccodrillo) sul banco degli imputati. Nadir Rossi s’è presentato così nell’aula della GIP, Carola Musio: piangendo. Coprendosi il volto con le mani e la testa con un cappuccio: vistosamente rosso. Il solito contrasto, quindi, tra la sfacciataggine quasi sfidante e l’ostentazione di un dolore figlio del rimorso. Insomma: un copione misero e teatrale. Già visto e consumato. Nadir Rossi, l’infermiere di trentacinque anni accusato di aver ammazzato la moglie Jessica Dalla Chiara a suon di flebo di insulina, ha scelto – lasciatecelo dire – una via che è legittima, ma che questa volta sembra anche la via più vigliacca: scena muta. Si è trincerato dietro la facoltà di non rispondere, azzerando ogni parvenza di confronto con una giustizia che su garanzie e tempo ha già dato troppo. Gli contestano l’omicidio pluriaggravato, il tentato omicidio ripetuto, la truffa assicurativa da centomila euro (polizza intascata), la distruzione del cadavere tramite una cremazione fraudolenta studiata scientificamente per cancellare le prove. E’ stato zitto su tutto, ma una pretesa l'ha avanzata. Eccome.
Tramite i suoi difensori, gli avvocati Giacomo Giulianelli e Davide Lovato, l'uomo ha preteso di ottenere gli arresti domiciliari. La motivazione ufficiale? Poter tornare nella casa di Bussolengo per continuare a prendersi cura della bambina della coppia che - a detta dei legali - continuerebbe a chiedere del padre. Certo, di chi deve chiedere una bambina che non ha più la mamma e è cresciuta con un padre per due anni, ignorando che era stato proprio lui a toglierle la mamma?
Nulla contro i legali, che fanno il loro lavoro, ma pretesa indecente. Ok, nessuno è colpevole fino a sentenza e Nadir Rossi – in questa fase – è da considerarsi innocente. Ma, diciamolo senza timori, alcuni “innocenti” non possono fare i padri. Quella richiesta è uno schiaffo in faccia al buon senso. Tanto che la gip l’ha rispedita al mittente nel giro di due ore, confermando la custodia cautelare nel carcere di Montorio. Ma il solo fatto che un individuo indagato per aver freddamente svuotato fiale di farmaci salvavita nel corpo della moglie abbia potuto avanzare una simile pretesa dimostra la distanza dal reale di un sistema che, per due anni, ha permesso a questo presunto orco di stringere la figlia tra le braccia, abusando di un ruolo genitoriale che gli andava revocato fin dal primo esposto dei nonni.
Le carte dell'inchiesta coordinata dalla procura scaligera delineano un quadro agghiacciante: ricerche sul web effettuate sul proprio smartphone settimane prima sui sintomi dell'overdose grave, saggi di medicina legale sugli angeli della morte divorati avidamente subito dopo il delitto, benzodiazepine utilizzate per stordire la vittima e quel cadavere bruciato in fretta per evitare un'autopsia che avrebbe svelato la verità. Oggi Rossi piange dietro le sbarre e invoca la bambina, ma va detto che le uniche lacrime che contano restano quelle di una famiglia a cui è stata strappata una figlia e che, adesso, deve poter crescere una nipote.