E’ durata ben 7 ore l’udienza che lo scorso venerdì si è tenuta presso il Tribunale di Trieste per discutere delle perizie sui reperti rinvenuti nel luogo in cui quasi 5 anni fa è stato trovato il cadavere di Liliana Resinovich.
Il marito di Lilly, Sebastiano Visintin, unico indagato per la morte della moglie non era presente in aula dove si è lungamente parlato proprio di alcuni degli indumenti che l’uomo indossava la mattina di quel 14 dicembre 2021, il giorno in cui la pensionata di Trieste uscì di casa facendo perdere le sue tracce fino al 5 gennaio quando fu ritrovata morta con il corpo avvolto in due sacchi neri dell’immondizia nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico. I periti della Procura hanno mostrato le analisi fatte sul giubbotto che Visintin indossava durante la ormai famosa gita in bici sul Carso, giubbotto ripreso dalle immagini registrate con la go pro che l’uomo aveva montato sulla sua bici per fare un’escursione proprio la mattina del 14 dicembre. Gli esperti hanno evidenziato come centinaia di fibre di quell’indumento fossero presenti sulla parte posteriore del giaccone che fu trovato addosso a Lilly e ritengono che non possa trattarsi di una contaminazione avvenuta per il contatto dei due giubbotti appesi sullo stesso attaccapanni come verrebbe naturale supporre in un primo momento e come suggeriscono gli avvocati difensori di Visintin. Stando alle analisi sulla particolare concentrazione dei filamenti si tratterebbe molto più probabilmente di un contatto scaturito da un’aggressione avvenuta da tergo, lo stesso scenario ipotizzato dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo che eseguì la seconda autopsia sul corpo della vittima dopo la riesumazione. La professoressa Cattaneo parlò chiaramente di un “chokehold”, una manovra di immobilizzazione della persona aggredita in cui le si stringe il collo con l’avambraccio e ipotizzò che Liliana Resinovich fosse stata uccisa proprio in questo modo.
Un altro elemento sottolineato dai periti è la presenza di filamenti gialli sugli indumenti della vittima, tracce che non sarebbe stato possibile comparare con il maglione giallo che si nota distintamente spuntare dal giubbotto di Visintin sempre nelle immagini fornite dalla go pro. L’impossibilità di attuare il paragone deriverebbe dal fatto che gli inquirenti hanno sequestrato all’indagato un maglione giallo differente da quello indossato quella mattina e a questo punto la domanda sorge spontanea: che fine ha fatto il maglione giallo giusto? Perché non si trova più a casa di Visintin? Lui dice che non lo trova più. Si tratta di una distrazione o di una dimenticanza in buona fede oppure il marito della vittima si è volutamente liberato di quella che poteva essere una prova contro di lui? Nel corso dell’ultima puntata di Quarto Grado Visintin ha dichiarato di non ricordare assolutamente che fine abbia fatto quel maglione giallo e, incalzato da Gianluigi Nuzzi, non ha escluso l’ipotesi di averlo potuto gettare nell’immondizia perché rovinato o consunto.
Sebbene questo particolare non possa essere certo considerato alla stregua di una pistola fumante è interessante considerare come sia l’ennesimo elemento che va a sommarsi alle innumerevoli contraddizioni e dimenticanze che hanno contraddistinto sin dall’inizio il comportamento di Visintin e costituiscono il quadro indiziario che ha portato la sua iscrizione nel registro degli indagati.
Riguardo allo stesso elemento, allo stesso indizio, allo stesso risultato delle analisi sui reperti, ci troviamo sempre di fronte a due differenti letture. Da una parte i legali e i consulenti di Visintin che tratteggiano l’indole di un uomo solo che ha perso la moglie, un vedovo suo malgrado vessato da anni di sospetti e ombre sulla sua condotta, un anziano che ha tutto il diritto di dimenticare circostanze e particolari che per lui non hanno alcun valore. Dall’altra il fratello e la cugina della vittima che insieme alla pubblica accusa ritengono che quelle dimenticanze e quella confusione siano soltanto una strategia per confondere le acque sul responsabile della morte di Lilly che farebbe volutamente sparire oggetti tra cui telefoni, vecchie go pro, filmati cancellati e ora anche maglioni la cui analisi potrebbe ritorcersi contro di lui.
Per il momento nel giallo di Trieste un’unica certezza: anche se il responsabile (o i responsabili) dell’omicidio della povera Liliana sono ancora da accertare ogni oltre ragionevole dubbio, la Procura non sembra orientata verso l’ipotesi di un’archiviazione ma annuncia nuovi sviluppi attraverso le parole della procuratrice capo Patrizia Castaldini che ritiene assolutamente necessari ulteriori approfondimenti.