A quasi cinque anni di distanza dalla morte di Liliana Resinovich, la sessantatreenne trovata cadavere nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste il 5 gennaio del 2022, spunta una perizia che getta ulteriori dubbi su un giallo che sembra ancora lontano dall’essere risolto. Secondo le nuove analisi ci sarebbero tracce di un dna maschile sui jeans che la donna indossava il giorno della sua scomparsa, sui sacchi neri che avvolgevano il suo corpo e sul cordino che legava insieme tre chiavi ma il profilo genetico sarebbe ignoto e non riconducibile ad alcuno dei soggetti che ruotavano intorno all’esistenza di Lilly, neppure a quello del marito Sebastiano Visintin, ad oggi unico indagato con l’ipotesi di omicidio.
La prima domanda che ci viene in mente e che tutta l’opinione pubblica si sta facendo in questi giorni è perché questi risultati siano venuti alla luce soltanto oggi e non all’indomani del ritrovamento del corpo. La risposta purtroppo ci riporta a quello che molto probabilmente è da considerarsi uno degli errori più macroscopici nelle indagini dei casi di cronaca degli ultimi anni ovvero l’iniziale convinzione degli inquirenti che la donna si fosse tolta la vita, un’ipotesi che non è mai stata condivisa dal fratello e dalla cugina della vittima e neppure da Claudio Sterpin, l’amico speciale che ha sempre sostenuto l’esistenza di una relazione affettiva tra lui e Lilly e l’intenzione di quest’ultima di lasciare il marito per intraprendere un nuovo percorso di vita accanto a lui. Quel Caludio Sterpin che fino al giorno della sua scomparsa avvenuta lo scorso febbraio non si era mai risparmiato nell’affermare pubblicamente che l’unico ad avere un motivo per uccidere Lilly fosse il marito che non avrebbe accettato la fine del matrimonio anche per motivi economici oltre che per orgoglio ferito.
Ad oggi non ci sono elementi sufficienti per stabilire se Visintin sia effettivamente responsabile della morte di sua moglie ma su una cosa Sterpin aveva pienamente ragione: un anno e mezzo perso dalla Procura ad indagare come se si fosse trattato di un gesto volontario quando tutti gli elementi facevano supporre l’esatto contrario è costato moltissimo alla ricerca della verità sulla morte di Lilly, una verità che, anche alla luce della nuova perizia, potrebbe non emergere mai.
Mentre Visintin continua a proclamarsi innocente in varie trasmissioni televisive, alcuni opinionisti e commentatori gli fanno notare che più volte è caduto in contraddizione, ad esempio quando inizialmente affermava di non credere al suicidio per poi cambiare idea in tempi più recenti quando è stato raggiunto dall’avviso di garanzia. O anche quando, prima che la professoressa Cristina Cattaneo eseguisse la nuova autopsia e stabilisse che Lilly è stata aggredita e uccisa, affermava la necessità di procedere alla cremazione del corpo di sua moglie perché, sebbene non avesse lasciato nulla di scritto, in tempi non sospetti gli avrebbe confidato le proprie intenzioni in caso di morte. E anche se la nuova perizia restituisce la presenza di un profilo genetico sugli indumenti e sui sacchi neri che non appartiene al marito, Il fratello di Lilly, Sergio Resinovich, ha dichiarato ai media di essere convinto che Visintin sappia al 100% cosa sia successo a sua sorella ma non voglia liberarsi dal peso che porterebbe da anni. A cosa alluderebbe il fratello della vittima? Ad un omicidio su commissione? Ad una lite degenerata in un malore della vittima? Ad un soggetto che avrebbe aiutato l’omicida ad avvolgere il cadavere nei sacchi neri e a trasportarlo nel luogo in cui è stato trovato? Stando ai nuovi esami, le suole delle scarpe di Lilly sarebbero pulite a dimostrazione del fatto che la donna non avrebbe raggiunto il bosco in cui è stata ritrovata camminando sulle sue gambe.
La nuova perizia ci informa anche del fatto che sulla borsa e sul giubbotto della vittima sono state trovate centinaia di fibre identiche a quelle del giaccone che Visintin indossava il giorno della sua scomparsa, giaccone cristallizzato dalle immagini registrate dalla go pro dello stesso Visintin che lo aveva ripreso mentre faceva una gita in bicicletta nel Carso. Ma mentre per i parenti di Lilly questo elemento potrebbe essere una prova dell’eventuale colluttazione, non è escluso che gli inquirenti possano tenere conto del fatto che, vivendo sotto lo stesso tetto, i giubbotti dei due coniugi potevano facilmente entrare in contatto attraverso un appendiabiti o un armadio. Tutti elementi che, al netto delle posizioni delle varie parti, verranno senz’altro discussi e presi in esame durante l’udienza del prossimo 30 ottobre davanti al giudice per le indagini preliminari, udienza alla quale dovrebbe essere presente anche Sebastiano Visintin.