Sono immagini da rivoluzione francese quelle che giungono dall’Albania: il Ministero dell’Istruzione preso d’assalto, panchine e cassonetti in fiamme, vetrine in frantumi, pali della luce sradicati tra la nebbia dei fumogeni e una pioggia di pietre e molotov. Eppure la domanda sorge spontanea: perché non ne parla quasi nessuno? O meglio, ne parlano pochissimi, soprattutto considerando la portata degli scontri e il fatto che avvengano in un paese a due passi dall’Italia, guidato da un governo partner del nostro. L’hanno ribattezzata Revolucioni i Flamingove, la rivoluzione dei fenicotteri, e va avanti in modo praticamente ininterrotto da cinque mesi per chiedere le dimissioni del premier Edi Rama e del suo esecutivo.
Ma cos’è davvero questa rivolta che sta mettendo a ferro e fuoco Tirana?
Fissare una data d’inizio precisa non è semplice. La protesta è nata a maggio contro l’annuncio di un progetto immobiliare: un’azienda americana guidata da Jared Kushner, genero di Donald Trump, intende costruire un resort di lusso sull’isola di Saseno (Sazan). Per il movimento, il simbolo è diventato subito il fenicottero che popola la vicina laguna di Narta. Ben presto, però, la mobilitazione ha preso una piega nettamente antigovernativa (e a tratti violenta), riallacciandosi al malcontento già esploso l’anno scorso con il caso “Balluku”, la vicepremier incriminata per presunte irregolarità negli appalti pubblici. In quell’occasione l’opposizione guidata da Sali Berisha, leader del centrodestra albanese, era scesa in piazza sfociando in duri scontri con la polizia, tra fuochi d’artificio, molotov, lanci di idranti e gas lacrimogeni.
Dopo un’estate trascorsa in modo tutto sommato pacifico, la protesta è sprofondata di nuovo nella violenza durante ultimi giorni. A dare nuova carica alla piazza sono stati gli studenti, insorti per chiedere riforme strutturali al settore dell’istruzione. Si sono viste scene di violenza ingiustificabile da parte dei manifestanti, ma anche una risposta pesantissima da parte degli agenti.
La situazione è diventata così tesa da spingere l’Unione Europea a intervenire ufficialmente con una nota della sua delegazione a Tirana: “Siamo a conoscenza delle accuse di uso eccessivo della forza da parte della polizia contro manifestanti e giornalisti. Ci aspettiamo che le azioni delle forze dell’ordine siano proporzionate, rispettino i diritti fondamentali e che questi casi vengano indagati con la massima priorità”. L’UE ha poi rivolto un fermo appello alla moderazione: “Incoraggiamo tutte le parti a ridurre le tensioni. Un dialogo costruttivo tra gli attori coinvolti è l’unica strada da seguire”.
Nel frattempo Edi Rama si arrocca nel suo palazzo sotto assedio e tira tirato dritto: “I governi si cambiano con le elezioni democratiche”. E dal punto di vista formale non gli si può dare torto: mentre la piazza urla a gran voce “Edi Rama, jep dorëheqjen!” (“Edi Rama, dimettiti!”), il suo governo ha vinto le ultime consultazioni con oltre il 50% dei consensi, conquistando il quarto mandato consecutivo. Salvo scossoni istituzionali, le prossime elezioni non ci saranno prima del 2029. Per spiegare il caos, il premier evoca l’ombra di ingerenze esterne: “La vecchia guardia che ha guidato l’Albania è sostenuta anche da mani straniere che non vogliono che il Paese sia pacifico e che prosegua il suo cammino verso l’Ue”. La “vecchia guardia” citata è proprio quella di Sali Berisha (al governo dal 2005 al 2013). Sulla presunta “mano straniera”, invece, Rama non è nuovo a sparate di questo tipo: a giugno aveva accusato i manifestanti di essere manovrati da Grecia e Iran, mentre nel 2022, durante i cortei contro il carovita, aveva tirato in ballo la Russia. Ad oggi, tuttavia, nessuna di queste accuse è stata accompagnata da prove concrete.
Sullo sfondo restano le profonde contraddizioni dell’Albania contemporanea: una nazione spinta verso il turismo di massa e gli investimenti esteri, che rischia però di sacrificare la propria coesione sociale. Per l’Unione Europea e per i paesi partner come l’Italia, far finta di niente o sottovalutare quello che sta accadendo a Tirana potrebbe rivelarsi una svista geopolitica davvero notevole.