La pallina, un piccolo ecosistema sferico che costituisce elemento imprescindibile del tennis. Due metà, poi unite e ricoperte di feltro giallo, colore che distingue gli esemplari moderni dai loro antenati, un tempo bianchi o addirittura neri. Il loro diametro va dai 6,54 ai 6,86 cm, mentre il peso può variare dai 56 ai 59,4 grammi. Ecosistema non è un termine di circostanza, le palline da tennis sono prodotti più animati di quanto si creda, dalle caratteristiche differenti a seconda delle condizioni di gioco. Se il Tipo 1, ad alta velocità, viene impiegato su superfici lente, il Tipo 2, di media velocità, va da sé che venga utilizzato in tornei con campi medio-lenti, medi o medio-veloci. Il Tipo 3, invece, descrive una palla lenta, perfetta per superfici di gioco veloci. Non solamente un corpo da colpire con più o meno forza, quindi, ma anche una variabile più o meno premurosa. La parola chiave è adattabilità. Componente che di certo non manca ai professionisti del ranking ATP, ma che a volte può essere più complessa da raggiungere.
Carlos Alcaraz perde 5-7, 6-7 contro il belga Zizou Bergs, numero 39 del mondo. Siamo a Shanghai e il Masters 1000 cinese è appena ai sedicesimi di finale. Una battuta d’arresto che non farebbe poi così tanto scalpore, se non fosse per l’atteggiamento assunto dallo spagnolo durante l’incontro. In fondo, può capitare, che Carlitos sia stato sconfitto da un giocatore ben lontano dalla Top10 è qualcosa di ragionevole. Quello che normale non lo è poi così tanto sono gli sfoghi frustrati del numero 3. Non è arrabbiato con sé stesso, le recriminazioni sono piuttosto dirette a niente meno che le palline. In un primo set agli sgoccioli, sul 6-5 per l’avversario, il fenomeno di El Palmar si esprime così dalla panchina: “Non ci sto capendo niente, non è possibile che una pallina rimbalzi alta e l’altra non rimbalzi per niente. Non ho idea di come giocare il dritto, non si può giocare in questo modo”. A fondo campo, tra un punto e l’altro, il copione si ripete: l’immagine è quella di un giocatore intrappolato e incapace di esprimere il suo miglior tennis. Si rivolge al suo angolo come se potesse in qualche modo intervenire, mentre fa nervosamente le vasche, impugna la canottiera, impreca (non poi così tanto) silenziosamente. Il risultato? L’insoddisfazione batte il gioco e Carlos Alcaraz saluta il torneo. Ai microfoni post-match esprime il suo disappunto: “Ho avuto la sensazione che la palla rimbalzasse in un modo completamente diverso. Una volta schizzava in alto, un’altra arrivava bassa. Non cerco scuse, ma le condizioni sembravano molto più lente rispetto al primo turno e agli allenamenti. Le palle si sono ingrossate e non sono riuscito ad adattarmi. È strano che nel giro di due giorni, io abbia percepito delle condizioni così differenti tra loro. È qualcosa su cui bisognerebbe intervenire e di cui qualcuno dovrebbe occuparsi”.
Non cerco scuse, e noi a Carlitos crediamo. Perché oltre alla questione palline, non è mancata l’ammissione di aver espresso un tennis di bassa qualità. Oltre al mezzo secondo lui malfatto, una performance deludente ha sicuramente aiutato a trovare un tale epilogo. C’è chi però di scuse parla eccome, qualcuno che nelle dichiarazioni dello spagnolo ha riconosciuto una attenuante e che, in tutta la sua carriera, di attenuanti non ne ha mai fatta passare una. Toni Nadal non ha bisogno di presentazioni, una nomea talmente diffusa che la recente serie tv targata Netflix e dedicata a Rafa non ha fatto altro che confermare ed esporre. Lo zio più famoso del tennis, che non nascondeva la verità, nemmeno quando significava rivelare al nipote che fosse inferiore – in tutto – a Roger Federer. Così la franchezza di zio Toni non si fa attendere e colpisce precisa: “Ricordo che anni fa eravamo a New York per lo US Open e Rafa era convinto che le palline non girassero abbastanza. Il suo gioco non era efficace e si lamentava ad ogni allenamento. Io odio le scuse. Ha vinto la prima partita, poi la seconda e la terza, ma il problema continuava. Alla fine è stato eliminato, io tornai a Maiorca, mentre lui andò a giocare a Pechino. Vinse il torneo giocando davvero bene, ma c’era un piccolo dettaglio, ovvero che le palline usate a Pechino erano le stesse dello US Open. Quando ci rivedemmo, gli domandai che palline avessero usato e lui mi rispose imbarazzato. Allora gli dissi: ‘Che strano, a Pechino queste palline girano bene ma a New York no’”. Come a dire che forse il problema non risiede nelle palline, ma in una ragnatela di dettagli che, nel complesso, portano il giocatore a non dare il suo massimo. E dunque, a cercare lontano da tecnica e fisico, una motivazione valida e ragionevole dietro a una prestazione scadente. Non stiamo dicendo che le palline da tennis non siano causa del deperimento del livello di gioco, ma quando lo sono è quasi sempre un lavoro di gruppo con energia e tenuta mentale. E tanto altro.
Certo, già Daniil Medvedev, nel 2024, proprio a Shanghai si era lamentato della facilità con cui le palline si consumassero. O a Pechino, nel 2023, il russo si era dilettato nel chiamare le palle “pompelmi”. A questi episodi aggiungiamo quello relativo ad Alexander Zverev a Roma, dopo la sconfitta ai quarti di finale contro Musetti. Palline “troppo grandi” e “difficili da spingere” per chi, come lui, “cerca punti rapidi con il servizio e con colpi aggressivi”. Potremmo andare avanti, per ribadire che un problema alla base di certo c’è e una soluzione va cercata, ma non cancellerebbe il fatto che in un torneo, per ogni giocatore che si lamenta, ce n’è tanti che continuano a giocare senza aprire bocca. Forse sta tutto qui, in un Zizou Bergs che batte Carlos Alcaraz, in due set all’ultimo sangue. In un Thiago Seyboth Wild, all’epoca numero 88 del ranking, che contro Medvedev aveva poi perso, ma senza fiatare. In un Musetti che, a prescindere dal campo di casa, agli Internazionali d’Italia aveva meritatamente superato il prossimo numero uno al mondo. La situazione, almeno a noi, è abbastanza chiara: al netto di palline migliorabili, queste sono uguali per tutti. È facile fuggire dalle giustificazioni e intuire che, a volte, c’è chi si sa conformare e chi no.