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11 ottobre 2026

Gli insulti a Cobolli dopo Shangai e la risposta del padre: “A tuo figlio deve venire un cancro e deve morire finokkio di mer*a”. Se il tennis e il suo tifo diventano tossici come certo calcio

  • di Francesca Zamparini

11 ottobre 2026

Ora che il tennis è diventato così popolare sta prendendo le brutte abitudini degli altri sport. Tra cui l’insulto facile e il tifo tossico da calcio italiano. Flavio Cobolli lascia prematuramente il Masters 1000 di Shanghai, perdendo alla prima contro Adrien Mannarino. Sui social lo insultano dimenticandosi cos’è il tennis. La denuncia arriva da Stefano Cobolli, papà e allenatore del numero 7 del ranking

Foto: Ansa

Gli insulti a Cobolli dopo Shangai e la risposta del padre: “A tuo figlio deve venire un cancro e deve morire finokkio di mer*a”. Se il tennis e il suo tifo diventano tossici come certo calcio

Che i social siano diventati l’armatura di messaggi ostili non è una scoperta che facciamo ora. Lo scudo gentilmente concesso dall’una o dall’altra piattaforma è una circostanza che prolifica da oltre vent’anni: agli inizi degli anni 2000, è bastato poco tempo a psicologi e sociologi per determinarne il potenziale estremamente dannoso. Un terzo spazio dove poter stabilire connessioni, condividere notizie ed esprimere opinioni. Nel bene e nel male. Le manifestazioni d’odio sono diventate lo strumento prediletto del soggetto soffocato, colui che gioca con menefreghismo a fare il duro. La legge è uguale per tutti. È un mondo, quello dei social media, che non fa sconti a nessuno. Maggiore è il tuo pubblico, maggiore sarà la percentuale di critiche e di crude sentenze.

Siamo a Shanghai, Flavio Cobolli perde al primo turno del Masters 1000 cinese, sconfitto da Adrien Mannarino in tre set. È un Cobolli reduce da una buona stagione, che nella finale dello Slam parigino ha trovato il gioiello più pregiato. Un tennis però, quello del romano d’adozione, che è ancora alla ricerca di costanza. Epiloghi come quello trovato contro il collega francese non devono quindi coglierci alla sprovvista, anche se è chiara l’esigenza di ridurli al minimo. Sono questi gli esiti miccia per i leoni da tastiera. Stefano Cobolli, papà e allenatore dell’attuale numero 7 del ranking, punta l’occhio di bue su un commento ricevuto: “Altro che Finals, a tuo figlio deve venire un cancro e deve morire brutto finokkio di merda”. Lo fa attraverso una storia pubblicata su Instagram, corredata dalla seguente considerazione: “Di solito cerco di cancellare senza dar peso a questi commenti… (che sono tantissimi). Ma qualcosa bisogna fare! Forse eliminare i social? Sicuramente una soluzione e ci penserò, per il momento mi sento ancora di contrastare se possibile questa piaga e forse la signorina ci penserà due volte la prossima volta!”. Segue un pensiero rivolto a chi, comprensibilmente, fatica un po’ di più a reagire di fronte ad attacchi di questa entità: “Mi auguro che questo messaggio arrivi ai genitori. Noi siamo forti, siamo sportivi e superiamo ostacoli ben più grandi di un commento Instagram, ma ci sono tante persone che potrebbero soffrirci e non è giusto! Quindi cari genitori diamo un occhio a quello che fanno i nostri ragazzi anche sui social, secondo me è importante”.

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Flavio Cobolli (@flavio_cobbo)

Sono parole di un individuo atipico, ex atleta e padre di uno sportivo professionista, consapevole e temprato. Nulla di tutto questo, però, lo esime dall’individuare un limite di sopportazione e agire per la difesa e la sensibilizzazione. Perché la sensazione è quella di assuefazione. Pare che la cattiveria online sia divenuta abitudine e, come tutte le abitudini, passi quasi sempre inosservata. Pare che il tennis, come lo sport tutto, non abbia superato la legge del taglione: sportività online? No, a ogni battuta d’arresto segue odio gratuito. Una crescita costante e pericolosamente robusta, figlia di una disciplina che negli ultimi anni si è trasformata in un Eden popolarissimo. Da sempre casa di intenditori, ma ora anche fucina di curiosi. Non di meno, culla di illetterati.

Che il profilo riconducibile a una 19enne sia vero o falso, ai posteri l’ardua sentenza in una società che fatica ormai a distinguere il reale dall’artificialità. Il punto è un altro: che senso ha la risonanza se va poi a trascinare il tennis, l’eleganza fatta sport, verso il suo fatale opposto? Verso l’insulto facile, il tifo tossico, tutti ingredienti che nel calcio trovano tutt’oggi terreno fertile. Fuori da quel campo che è tempio, è ormai d’obbligo chiedersi fino a che punto questo sport sia disposto a resistere nel nome della fama. A spogliarsi di quel buon gusto che, a Wimbledon, trova casa più che in ogni altro luogo.

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